Nella valigia delle supplenze finite

Nel cuore dell’estate, a più di metà strada tra il punto a capo di giugno e il punto di domanda di settembre, mi chiedo che cosa mi è restato, che cosa custodirò. Anche a piegarlo bene, non è che ci può stare un intero anno a scuola dentro la valigia delle supplenze finite. Io poi odio fare la valigia, rimando rimando, ma proprio fino all’ultimo, fino a quando Gianpazienza s’infuria e perfino io non ne posso più di come sono malfatta.

io odio fare la valigia

Non che questa volta fossi intenzionata a farla, la valigia, ma dopo aver spostato il pensiero su altro, chessò sullo studio per l’esame di glottodidattica, sull’allergia stagionale che colpisce le zampe del mio cane, su quanti minuti di Liguria ci vogliono per far cadere Gianpazienza in un’inquietante focaccia-dipendenza… E dopo aver accarezzato certe mie tristezze e aver goduto della forza di Acciaio e della grazia di Stoner, dopo Balzano e Moyes e Murakami, dopo l’INPS ritrovato e gli Einstürzende Neubauten nella notte milanese, dopo le mille piccolezze un po’ noiose un po’ preziose di cui è fatto un giorno, un mese, ormai due… Ecco, dopo due mesi di spostamenti di pensiero e piccolezze, devo arrendermi. Agli episodi, alle facce e alle voci che arrivano quando meno me l’aspetto. Ai frammenti di una supplenza finita.

Allora proviamo a farla, la famosa valigia. (altro…)


Un discreto baccano 1

In questi mesi di silenzio, a scuola c’è stato un discreto baccano. E sono capitate molte cose.

C’è stata una giornata di assemblea studentesca per decidere di un’eventuale autogestione, che poi non si è fatta. L’incontro si è svolto in aula magna, con l’eccezionale presenza della preside (che di solito sta nell’altro plesso).
Naturalmente, il clima è stato pacato. Prima frase sentita appena entrata: Io la mangio, quella nana. Seconda: Succhiamelo. (Quello che invece ha sibilato a noi insegnanti la preside prima di andarsene non lo riporterò.)
Ho comunque avuto modo di scambiare qualche chiacchiera stimolante con alcuni studenti: Profe, sono andato a vedere “Cinquanta sfumature di grigio”… Certo che mi è piaciuto! Cioè, non è che scopano solo, c’è anche una storia dietro.

...C'è anche una storia dietro!

…C’è anche una storia dietro!

(altro…)


E tutto va bene

A scuola tutto va bene.

Certo, quando facciamo lezione, c’è sempre un cellulare che squilla (e qualcuno che risponde), una musica indiana che parte o un orgasmo femminile che risuona d’improvviso dalle mani di qualche giovane videodipendente.

Certo, quando mi volto verso la lavagna, c’è sempre il disegno di un grande pisello villoso che mi guarda stupito.

Comunque tutto va bene.

Mentre accompagno i ragazzi nella grande scoperta della lingua italiana e loro mi fanno l’occhiolino (profe, il mio cuore è suo), mi rendo conto che anch’io sto ampliando le mie conoscenze linguistiche… Jimmy significa stupido in ghanese, gandu vuol dire frocio in punjabi, mentre in qualche paese dell’Africa nera pare che patata (non credo intesa come tubero commestibile) si dica cioè e palle shoah. Molto bene.occhiolinojpg (altro…)


Com’è andata? 1

La settimana scorsa una collega mi ha ringraziata: due suoi studenti, che avevo aiutato a leggere, parafrasare e riassumere il primo canto dell’Inferno, hanno preso sette nell’interrogazione. Trattasi di un ghanese e di un singalese con un italiano malfermo, ma ben disposti verso Dante. Sono ragazzi fantastici.

L’unica cosa bella a scuola è mangiare il pollo del Penny Market, io dico solo che è meglio se ognuno fa cazzi suoi, ma cos’è questa vecio, la legge di Senegàl? Come fai a essere così provocante profe, tu sei illegale, una vita senza cellulare sarà una vita di merda lo giuro, hai fumato figlio di puttana? Ma vecio ti buco, vecio t’ammazzo, cos’è che vuoi fare coglione, te sei buono solo a fare kebab, tu invece, cous-cous, impara a camminare, io sono stanco ho scopato troppo figa, grazie profe è stata la lezione più bella della mia vita.

(altro…)


Una grande fortuna

La mia scuola, dicevamo, è popolata da giovani con il coltello in tasca e la bocca piena di prepotenza, da diciottenni soli con la pancia vuota, da teste ingolfate da una fede ottusa.

La mia scuola è questo ma non solo, e io la mattina sono contenta di varcare la sua soglia (di bussare alla sua soglia: le porte sono chiuse se non dalle 7.55 alle 8.05, prima e dopo i bidelli aprono a propria discrezione).

Sono contenta perché sapere di trascorrere nello stesso luogo un anno scolastico senza interruzioni né incertezze mi dà una sensazione di tranquillità a cui non sono abituata.

Sono contenta perché avere per nove mesi uno stipendio da insegnante mi regala un senso di clamorosa agiatezza, un’agiatezza che ha sconvolto me e pure l’impiegata in banca (Ho visto che adesso hai un’entrata fissa… Bene, brava!)

Sono contenta perché la scuola è così vicina a casa che prendere l’auto non ha senso. (Più della mia contentezza per la sospensione delle trasferte, si segnala il respiro di sollievo di (non necessariamente in quest’ordine): Gianpazienza, mio papà, gli automobilisti tutti.)

Oltre alla stabilità, l’agio e l’eco-trasporto, che basterebbero da soli a farmi arrossire di giubilo, io a scuola vado per fare il lavoro che ho scelto e che mi piace: questo sì che è un vero privilegio!

Ma c’è di più. (altro…)