lavoro


Di donne fantastiche e metallurgia

L’Istruzione Adulti, per me, vuol dire un gruppo di donne straniere riunite, una mattina alla settimana, nell’aula di una scuola incastonata tra piccole officine e grandi stabilimenti. Percorrere i tornanti di questi luoghi, signore e signori, è un’esperienza ad alto rischio stupore e sgomento… Impossibile restare indifferenti nel varcare i confini del ricco Regno della Filiera del Metallo: ti guardi intorno e scopri che davvero tutti (ma tutti) gli spazi fisicamente occupabili di questa valle sono stati via via erosi nei secoli da capannoni, fabbriche e case. E non lo dico io, sospirando fiumi azzurri e colline e praterie dove far correre le mie malinconie, lo scrive serioso il Sole 24 ore, precisando che qui c’è un’impresa ogni 12 abitanti, neonati compresi.

Mina Braun

Illustrazione di Mina Braun

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Sottili spicchi di supplenze 4

Il sottile spicchio di destino che mi era toccato sembrava ampliarsi, sospira Jane Eyre quando, nel grande edificio grigio e merlato di Thornfield, un luogo tutto campi e spine e placide colline, prende coscienza del suo amore per il burbero signor Rochester. Anch’io, che abito in una piccola mansarda di una decisamente meno romantica Pianura Padana e sono cosciente del mio amore per Gianpazienza da ormai un’eternità, vorrei dirvi qualcosa in stile Brontë: quest’anno ho tre sottili spicchi di insegnamento ad ampliare il mio destino di supplente.

Illustrazione di Beatrice Alemagna

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Laurea in lettere e prostituzione, un filo diretto 6

Negli ultimi giorni ho letto due (bellissimi e vendutissimi) romanzi che non c’entrano nulla fra loro eccetto per un particolare: entrambi ruotano intorno a personaggi che sono laureati in lettere. E pure orfani dei genitori, per dirvi le disgrazie.

Nel primo libro, una donna con alle spalle ottimi risultati negli studi e una passione per Fenoglio finisce a fare la escort di lusso nel cuore ricco di Milano, il diploma di laurea incorniciato sopra il water.

E la laurea appesa sul cesso di una ragazza che è finita a fare la puttana, insomma… c’è bisogno di andare avanti?

Nel secondo, un giovane insegnante spagnolo viene licenziato e, per uscire dal pantano della disoccupazione, diventa ballerino di strip-tease e poi prostituto, i libri ben ordinati sugli scaffali e una striscia di coca per farsi coraggio.

E che cosa mi ha condotto fin lì? Non la necessità di guadagnarmi da vivere, ma l’assurdo bisogno interiore di non sentirmi disoccupato.

Questo filo diretto tra la laurea in lettere e la prostituzione – che poi s’annoda intorno a lutti, alcol, droga e moltissimo sangue – mi ha naturalmente colpita. E mi ha fatto sorgere qualche domanda… Gli studi in letteratura sono vissuti come l’inizio della fine da tutti o solo da chi scrive per la Sellerio? Com’è che l’assunto studi umanistici = mancanza di prospettive ha fatto di colpo un balzo in avanti, arrivando alla vendita del corpo, oltre che dei sogni? E ancora: ha più possibilità una persona che ha studiato lettere invece di scienze della comunicazione o lingue di cadere in un abisso di prostituzione, sciagure e atti sanguinosi? Dovrei mica fare qualche indagine sulla fine che hanno fatto i miei compagni d’università?

Qualsiasi siano le risposte, siete avvertiti. Ricordatevi della laurea in lettere, quando cercherete l’ingrediente fondamentale per scrivere un best seller che tocchi il tema della prostituzione. (Per quanto mi riguarda, tranquilli: pensavo di continuare a fare la supplente e al massimo abusare di cioccolato extra fondente.)

le mutande di orso bianco

da “Le mutande di Orso Bianco” di Tupera Tupera


Nella valigia delle supplenze finite

Nel cuore dell’estate, a più di metà strada tra il punto a capo di giugno e il punto di domanda di settembre, mi chiedo che cosa mi è restato, che cosa custodirò. Anche a piegarlo bene, non è che ci può stare un intero anno a scuola dentro la valigia delle supplenze finite. Io poi odio fare la valigia, rimando rimando, ma proprio fino all’ultimo, fino a quando Gianpazienza s’infuria e perfino io non ne posso più di come sono malfatta.

io odio fare la valigia

Non che questa volta fossi intenzionata a farla, la valigia, ma dopo aver spostato il pensiero su altro, chessò sullo studio per l’esame di glottodidattica, sull’allergia stagionale che colpisce le zampe del mio cane, su quanti minuti di Liguria ci vogliono per far cadere Gianpazienza in un’inquietante focaccia-dipendenza… E dopo aver accarezzato certe mie tristezze e aver goduto della forza di Acciaio e della grazia di Stoner, dopo Balzano e Moyes e Murakami, dopo l’INPS ritrovato e gli Einstürzende Neubauten nella notte milanese, dopo le mille piccolezze un po’ noiose un po’ preziose di cui è fatto un giorno, un mese, ormai due… Ecco, dopo due mesi di spostamenti di pensiero e piccolezze, devo arrendermi. Agli episodi, alle facce e alle voci che arrivano quando meno me l’aspetto. Ai frammenti di una supplenza finita.

Allora proviamo a farla, la famosa valigia. (altro…)


Una grande fortuna

La mia scuola, dicevamo, è popolata da giovani con il coltello in tasca e la bocca piena di prepotenza, da diciottenni soli con la pancia vuota, da teste ingolfate da una fede ottusa.

La mia scuola è questo ma non solo, e io la mattina sono contenta di varcare la sua soglia (di bussare alla sua soglia: le porte sono chiuse se non dalle 7.55 alle 8.05, prima e dopo i bidelli aprono a propria discrezione).

Sono contenta perché sapere di trascorrere nello stesso luogo un anno scolastico senza interruzioni né incertezze mi dà una sensazione di tranquillità a cui non sono abituata.

Sono contenta perché avere per nove mesi uno stipendio da insegnante mi regala un senso di clamorosa agiatezza, un’agiatezza che ha sconvolto me e pure l’impiegata in banca (Ho visto che adesso hai un’entrata fissa… Bene, brava!)

Sono contenta perché la scuola è così vicina a casa che prendere l’auto non ha senso. (Più della mia contentezza per la sospensione delle trasferte, si segnala il respiro di sollievo di (non necessariamente in quest’ordine): Gianpazienza, mio papà, gli automobilisti tutti.)

Oltre alla stabilità, l’agio e l’eco-trasporto, che basterebbero da soli a farmi arrossire di giubilo, io a scuola vado per fare il lavoro che ho scelto e che mi piace: questo sì che è un vero privilegio!

Ma c’è di più. (altro…)