Archivi mensili: Novembre 2012


Che paura, quella volta…

A tutti capita di avere paura. Ma che fifoni, gli amici di Annette!
C’è chi racconta di un gioco terrorizzante (il Mammut di Gardaland), chi dello scherzo pochissimo scherzoso del nonno, chi dell’affannosa ricerca di Sissi, il batuffolo che caina per fare la pipì ed è così rimbambito da perdersi nell’isolato.
Emme Cresta narra della notte tempestosa in cui vide l’Esorcista – La genesi, dove c’erano una donna indemognata e una chiesa con statue di angeli che puntavano all’inferno e con una croce di Gesù che puntava all’inverno. Sì sì, all’inverno! D’altronde, che horror sarebbe se puntasse alla primavera? Il gemello Emme Frangia racconta invece di quando una corda con un gancio sopra il cassone sopra il cammioncino di suo papà si è attaccata a un cancello che gli ha fatto un buco nel polpaccio. Lo so che non avete capito, neanch’io ho capito e infatti col cavolo che ha preso la sufficienza.
Che paura si è preso poi il bambino Puntiglio, quella volta che la cavalla l’ha investito… Meno male che è stato subito soccorso dai suoi zii, da sua sorella, dal suo cavallo e dal cane dello zio, Lipo. Lunghissime (Zzz… Zzz…), precisissime (Ronf… Ronf…) descrizioni. Mi pare che tutto finisse con un livido, ma non ne sono certa, forse l’ho sognato. Sogna un sacco anche la bambina Visionaria, che una notte, in camera sua, ha visto un ladro con un cappello fuori dalla porta, un grosso gatto sopra l’armadio, un grosso carrello con sopra un pagliaccio gigante, un trenino sopra una mensola e una tigre. (altro…)


Un missile di auguri e baci

Metto un piede a scuola e il mio freddo risveglio, là sui monti, si scioglie in una sorprendente, dolcissima festosità. Per capire cosa vuol dire, bisogna compiere 31 anni in una classe di nani alpini.

Qualche minuto dopo le 8, i ragazzini mi mollano sulle scale e corrono in aula. Eh no, è vietatissimo correre per le scale! Poi urlano Te profe non entrare! e mi sbattono – letteralmente – la porta in faccia. La porta in faccia! E te a chi, a me? Insomma. Resto fuori col gemello Emme Frangia, incaricato di intrattenermi. Ha freddo profe?, mi chiede guardando la sciarpa e il berretto. Poi sorride di un sorriso malizioso: Ci vorrebbe qui Gianluca che la scalderebbe eh? Non c’è niente da fare. Che sia un omino alto come Gian Burrasca o un omone in formato aspirante meccanico, la malizia a scuola non è mai accompagnata dal congiuntivo.
Finalmente entro. Nella penombra (si sono dimenticati di accendere la luce), intravedo le bestiole in piedi, alcune battono le mani, altre alzano fogli con una lettera ciascuno, a formare (in teoria) Auguri Profe! A me viene un po’ da piangere e moltissimo da ridere.

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Sulla cattedra, una bella scatola rossa infiocchettata… Ma è la scatola delle meraviglie! Dentro, biglietti e pacchettini, coriandoli e dolcetti. Prima però, la caccia alla chiave. Profeee! Per aprire i regali, prima deve trovare la chiavetta! (altro…)


So choosy… Fino ad avente diritto.

C’era una volta una scuola media là su (su su) sui monti con Annette. Una scuola davvero piccola: tre classi, due bidelli, pochi insegnanti. Tra questi, ce ne sono tre che fanno 90 anni insieme e non in uno. Sono abbastanza giovani, insomma, da essere rigorosamente precarie. Hanno spezzoni di cattedra di massimo 9 ore e sono assunte fino ad avente diritto. Tale diritto doveva prolungarsi o interrompersi, in ogni caso chiarirsi, ai primi di ottobre, poi ai primi di novembre, poi chissà. Ma voi lavorate come se doveste rimanere tutto l’anno, afferma placido il preside.
Delle tre, la prima è ingegnere e insegna arte, ma vorrebbe insegnare matematica. La seconda è biologa e insegna matematica, ma preferirebbe biologia o chimica alle superiori. La terza insegna lettere ma preferirebbe arte. Non è vero! Alla terza va bene così.
La prima per raggiungere la scuola, deve fare un’ora di auto. Poco male, non lavorasse anche nel capoluogo, lontano da casa sua e figuriamoci dalla scuola là su (su su) sui monti. La seconda è volata per 1.340 km per giungere sulle Alpi centrali dalla punta dello Stivale. La terza sceglie, a seconda dell’umore e degli altri lavori lavoretti in città, se fare 240 km in giornata o dormire lassù con la stufetta, la boule, la camicia di pile a quadrettoni di suo papà. (altro…)


Però

Quanti però, là sui monti con Annette! Stati d’animo che si contrappongono, strazi che si fanno spassi, burle e (tentativi di) serietà. Ti credi perduta ed ecco sbucare un però… Fiu, sei salva!
Quando piove, a novembre, qui non è triste: è angoscia. Però col sole le sfumature di bosco si fanno infinite e il mio umore scintilla stupefatto da tanta bellezza.
Quando rifletto sui costi-benefici della mia scelta, se sono onesta, arrivo a un’amara conclusione. Però, prima delle scimmiette in classe, capita che mi salutino le mucche al pascolo. E spuntano i benefici. Presto, però, si riaffacciano i costi. La bambina Quesito mi chiede, in pochi minuti, del criceto, della spesa, di Hotel Transylvania, del Natale, dei piercing di suo fratello, della mia borsa, del cucciolotto, della cioccolata calda, dei dolcetti che non le piacciono, del… Però non posso staccarle la testa. Non dopo il suo biodisegno di pace.

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Ugo intanto consegna il tema scuotendo la testa: Sono stato scarso profe, ho avuto un calo di zuccheri. Però non è che quando il suo tasso di glucosio è a posto, lui scriva in modo sensato. Ora chi ha il coraggio di affrontare il suo testo? (altro…)


Di somari e altri animali

Dopo settimane di lavoro sul genere della favola, la verifica. E lo stupore! D’improvviso, si scopre che, tra il gallo e la volpe, il vincitore è la gallina. Che il linguaggio della favola è umano. D’altronde, sarebbe un bel guaio se la favola fosse in lingua pollastrese o in quella volpina. Che sfortuna poi, dovessimo leggerla nell’idioma rattile! Meglio stare in guardia. Meglio precisare: il linguaggio è umano. Ma… Fosse invece sociale? O tra di loro? Difficile dirlo. Allora, proviamo con il tempo. In questa favola del gallo e la volpe (il cui vincitore è la gallina, ma non per questo è composta in pollastrese), il tempo è giorno. Giorno?! Macché, il tempo è c’era una volta! E la morale allora? Educare i bambini? Offrire modelli di comportamento adeguati? Ma siamo seri! La morale, nella favola, è non farsi mangiare. Mai.
Non è tutto. I somari alpestri hanno anche dovuto scrivere una favola. Loro! Scrivere! Nel linguaggio umano! Rispettando alcune indicazioni: due personaggi (il gatto e la tartaruga), un luogo preciso, una morale (che non è non farsi mangiare). Manca l’invito: finale in burla. Eppure! Il gatto muore sotto una pallina di neve. Finisce spazzato nel cassonetto. Viene portato via dai polizziotti. Per le romantiche, il gatto vuole andare a bere il tè nel prato delle meraviglie con la gatta Serena e per fare bella figura noleggia una carrozza rossa fuoco che ha come cocchiere la tartaruga. Ma viene scaricato lo stesso. Tiè. Oppure il gatto fa lo sgambetto alla tartaruga che haveva dei soldi in tasca. La tartaruga, comunque, il più delle volte muore divorata dal gatto (feroce felino noto dai tempi di Esopo per amare i gusci di testuggine). Ma non è detto. Per sfuggire al gatto, potrebbe sempre trasformarsi in papparapa SUPER TARTARUGA che usa la sua vista laser e alla fine riesce a rimediarsi crocchette di gatto arrosto. Eh già. (altro…)


Per una selva oscura

Queste le ultime notizie.

15In mensa, mutamenti di menù hanno infiammato gli animi affamati: un trancio di pizza ha sostituito i ravioli e le crocchette di patate hanno lasciato il posto alle patatine fritte. Ancora più accesa dunque la battaglia per conquistarsi un bocconcino in più. Da accertare il numero dei feriti, oltre all’identità del genio che ha deciso il menù. Certissima invece l’incazzatura della (mia compare prediletta) Dread Prof.
In classe, la ricerca etimologica sull’intercalare pota è stata un vero successo. Il gemello Emme Cresta ne ha riportato l’esito. Per l’occasione si è levato in piedi. Petto in fuori, sguardo fiero, pennacchio aguzzo. Sorriso malandrino e tono strombazzante: Nel bergamasco e nel bresciano, “pota” significa “figa” ma oggi non si usa più con questo significato. Cioè non si può dire: “Quella tipa è proprio una bella pota!” Si dice: “Quella tipa è proprio una bella figa!” Non si può neanche dire: “Che pota grande che hai!” Si dice… L’origine triviale del termine è stata così svelata in un tripudio di trivialità. Très bien. Resta però da chiarire quale versione licenziosa di Cappuccetto Rosso abbia letto il gemello. Un’amabile vocetta ci ha poi fatto riemergere dalle bassezze, precisando: In realtà “pota” oggi introduce una pausa, per preparare la frase successiva o riprendere fiato. (Scodella Bionda, si capisce, è restato senza fiato e ha dovuto ripetere una ventina di volte pota: quale emozione, gli interventi di Elisa!)
Nel mezzo del cammin di nostra antologia, Alice nel Paese delle Meraviglie è apparsa alla cattedra, mostrando un cannocchiale giocattolo: L’ho trovato nel caos del mio letto – ha affermato, incredula. Che beeello, ho affermato io, altrettanto incredula (ma perché a me? Perché non parlarne al Cappellaio Matto, di grazia?). (altro…)


Un giorno importante

Quali sono stati gli avvenimenti più importanti, le giornate da ricordare, per i compari d’Annette?
14Innanzitutto, quando ho ricevuto il sacramento della Comunione e della Cresima: una cosa stupenda, non stavo più nella pelle, mi sudavano le mani. Poi il primo giorno di scuola media: l’entrata fu bellissima, dall’agitazione non ho nemmeno mangiato la merendina ma alla fine preferivo le elementari perché si incominciava alle otto e mezza non alle otto in punto. E ancora, l’arrivo del cucciolotto o batuffolo o migliore amico a quattro zampe, insomma quello che fa sempre “bau bau!” e che non abbandoneremo mai! Infine (e questa è la mia parte preferita), quando mi sono fidanzata con Giorgio, cioè quando gli ho chiesto alla mia amica se gli chiedeva se io gli interessavo a lui ed lui ha risposto di sì, io con tantissima felicità ci siamo fidanzati e da qual giorno siamo ancora insieme da quattro mesi e mezzo. Oppure quando mi sono perdutamente innamorata di Davide G. Purtroppo, causa raggio paralizzante che la blocca, la spasimante non si è ancora dichiarata. Ma io sto meditando di far avere a Davide G. questa lettera d’amore travestita da tema, naturalmente dopo aver cancellato il passaggio secondo tutte le mie amiche è brutto però io guardo la bellezza interiore. Chi non ha problemi di raggi paralizzanti è invece il gemello Emme Cresta, che sul pullman in gita ha chiesto a una persona che mi piaceva molto: “Ti vuoi mettere con me?” Lei dopo molto tempo, per la precisione cinque minuti, ha risposto di sì! Io ero molto felice e poi sono tornato al mio posto a parlare col mio amico del campionato di calcio. (altro…)


Chiedo dunque sono (molesto)

Questa è la storia delle domande. Delle domande rigorosamente fuori luogo.
Ora di grammatica. Tutto il nostro interesse (!) è concentrato sulla forma del nome. Radice e desinenza, genere e numero.
– Guardate l’esempio, ragazzi: “Maria Callas fu un soprano di fama mondiale”. “Soprano” è un nome maschile che indica un individuo di ses…
– Profe! Prooofe!
Mi piacciono gli interventi, segnalano che c’è partecipazione. Mi piace anche poter finire una frase, certo. Ma ancor più la partecipazione.
– Sì?
– Profe, posso salutare mia zia? Sta passando proprio qui sotto, guardi! La prego!
Quindi. Il nome, il soprano, Maria Callas… E la zia sotto la finestra. Più tardi, scopro che nell’ora di arte di solito passa il nonno e mi consolo.
Proseguiamo.
– Fate attenzione a questa frase, ragazzi. “Luciano è una guida alpina”. Vedete “guida”? È un nome femminile che però indica anche indivi…
– Profe! Prooofe! Ma a lei piace andare a pesca?
Ora, io ho smesso di questionarmi sui percorsi mentali che portano Ugo ad aprire la bocca e fare domande di questo tipo. Però mi piacerebbe tanto poter finire una frase. Oh come mi piacerebbe! (altro…)