Una parentesi


In questo mio anno scolastico quasi tutto all’insegna degli adulti, c’è stata una parentesi. Per quanto sbocciata a maggio, nel mese delle rose, non è che abbia avuto esattamente una fragranza fiorita.

Diciamo che odorava più di adolescenti. Di adolescenti aspiranti meccanici e carrozzieri. Di adolescenti aspiranti meccanici e carrozzieri che dovevano prepararsi a un esame. Non so se mi spiego.

Nonostante le premesse spinose (per restare in tema rose), non mi sono persa d’animo. Certo, ho pensato alla mia prima epopea nella formazione professionale, quindi alla scuola che solo a nominarla le persone fanno ooh! (ho parafrasato Povia, oddio ho parafrasato Povia!) e pure a quella classe. Sì, ci ho pensato, sospirando un poco, ma poi mi sono detta: questa volta si tratta di un intervento breve, finalizzato al superamento di un esame e quindi sarà diverso, gli studenti non si comporteranno come d’abitudine, eh sì, questa volta avranno tutto l’interesse a seguire la lezione e a non fare i pazzi disperati buzzurri… Ne ero così sicura che l’ho ripetuto a un mio collega, la mattina dopo; non ricordo bene come abbia reagito lui di fronte al mio ottimismo (non si può mica fare i supplenti se non si è ottimisti, se non si è convinti che il prossimo anno andrà senz’altro meglio), ma ricordo che quella sera mi è arrivato un messaggio vocale di una collega che mi aveva preceduta nella conoscenza della classe. Un messaggio che si potrebbe riassumere in: una cosa assurda; un po’ animali; hai presente il tuo blog?

E qui, bisogna ammetterlo, il mio ottimismo si è incrinato.

Illustrazione di Linda Wolfsgruber

Comunque.  L’indomani pomeriggio, eccoli.

Dopo un po’ (il tempo di udire almeno una bestemmia, tre rutti, cinque volte io mi scopo tua mamma, io mi scopo tua sorella e sette volte figa) li invito – per conoscerci e anche per avviarli a un eventuale tema di presentazione – a raccontarmi che cosa piace e non piace loro. Un’attività, lo riconoscerete, di un certo spessore, che infatti si propone ai bambini tra i cinque e i sette anni, di solito. Prima di iniziare, sveglio un tale che stava dormendo e chiedo gentilmente ad altri di levarsi le cuffie e partecipare. Si comincia.

– A me piace dormire e non mi piace chi mi sveglia! – dice il primo.

– A me piace la musica e non mi piace chi mi dice di togliermi le cuffie! – prosegue il secondo.

– Ha visto, profe? Stanno parlando di lei: lei non piace a nessuno! – ci tiene a riassumere un terzo.

Molto bene.

Poiché in un tema di presentazione c’è spazio anche per i ricordi d’infanzia e bisogna che i giovinastri inizino a rifletterci, li interrogo sulla questione.

– Mi ricordo quando in Ghana il preside mi ha picchiato col bastone! – dice il primo con una certa allegria.

– Quando in Pakistan giocavo nelle fogne e allora mio zio è venuto a prendermi per le orecchie! – prosegue il secondo entusiasta.

Dai nativi italiani, invece, nessuna risposta. Nessun ricordo. La cosa mi ha lasciata un po’ stranita. Tutti dovrebbero avere dei ricordi d’infanzia, insomma!

(Quando, alla scuola materna, misero me e mio fratello in castigo in uno stanzino che conteneva le scorte di pane, misteriosamente esaurite alla fine del castigo… Il milione di volte in cui scendemmo a spingere la vecchia 500 materna, che si inchiodava ad ogni semaforo in salita, ma che mia mamma si ostinava a chiamare (con ottimismo perché anche lei era stata supplente) la scheggia… Quando mio papà mi lasciò per ore intere, in montagna, davanti a una divisione, che io guardai per ore intere con curiosità, ma niente, alla fine la divisione era ancora lì – intatta, indivisa, indecifrabile – e allora anche mio papà mi guardò con curiosità, un’incredula curiosità che tornò poi spesso a balenare nei suoi occhi… per esempio, la volta in cui, ai tempi memorabili della mia patente, dal sedile del passeggero della sua macchina azzardò per la prima volta un: adesso prova a fare la retro!)

Niente. Nessun ricordo. Ma, alla fine, perché stupirsi? Mi sbomballassi di canne anch’io, prima di entrare in classe, probabilmente i miei ricordi al gusto di pane, divisioni e 500 sarebbero meno nitidi.

Andiamo avanti, allora. Passiamo alla giornata tipo.

– La mia giornata tipo è: mi sveglio, faccio robe, poi dormo.

“Paper Zoo” di Oscar Sabini

Basta, basta! Non vogliono parlare? Che scrivano allora!

– Ragazzi, scrivete una lettera a un vostro amico per raccontargli un episodio che…

– Ma io non so cosa scrivere, figa – dice un ragazzo, con grande onestà.

– Dai, provaci! – rispondo io, con sempre più incrinato ottimismo.

Ci prova davvero.

Ehi bro, come va con la tipa dell’autobus? Ti ricordi quando mi è salito lo schizzo con la profe di disegno e gli ho tirato un coppino secco e lei – bum! – è caduta e si è fatta male? Sono stato sospeso per tre giorni.

Questo è solo l’inizio. Della sua lettera e della mia parentesi nel mese delle rose. Vi risparmio, per ora, lo svolgimento e la conclusione. Per quanto riguarda il titolo, invece, sono ancora indecisa…

  1. C’era una volta l’ottimismo…
  2. Perché, di nuovo, a me?
  3. Le rose non c’entravano un cazzo.

Suggerimenti? 🙂

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