Sempre così


È sempre così. Sono felice di vederla, ma, appena arrivo, vorrei già andarmene. Mi trattengono le sue storie, che scorrono e scorrono e sembrano non finire mai. Storie che ti immobilizzano e, nello stesso tempo, ti fanno venire voglia di fuggire lontano. Di raggiungere con un balzo il tuo baobab, lasciandoti alle spalle quelle stanze pulite e cadenti, quel quartiere che urla indigenza, quegli occhi lucidi cerchiati di un nero più nero della sua pelle.
M.B. è una signora senegalese in Italia da ventitré anni, con quattro figli di cui uno, il maggiore, in Africa da sempre. È piccola e grassa, indossa chiassosi abiti tradizionali e parla lentamente con una voce che sa di antico. L’ho conosciuta anni fa, in un corso di italiano che tenevo per stranieri disoccupati. Oltre a lei, ricordo di quel periodo un ragazzino inglese, S. I Don’t Understand. Poi Laila nata Fabio che cantilenava in brasiliano. Una piccola signora pachistana completamente intunicata di nero e non alfabetizzata. Una giovane russa molto in gamba e moltissimo saccente. Una signora ucraina mediatrice culturale che non aveva certo bisogno di migliorare il suo italiano. Donne dell’Est in minigonna e uomini indiani tutti in bianco. Un ragazzo moldavo con gli occhi di ghiaccio, determinato a uscire con me.

Siamo noi gli altri, Malamente

Siamo noi gli altri, Malamente

Con M.B sono rimasta in contatto. Quando posso l’aiuto, di tanto in tanto la vado a salutare e mi faccio aggiornare sulla sua vita che continua ad essere un tormento.
Da anni non trova un vero lavoro. Ora fa la babysitter e quando va bene guadagna 170 euro al mese. Non riesce a pagarci quasi niente, con quei soldi. Non l’affitto, anche se è molto basso poiché vive in una casa popolare: così ogni tre mesi riceve l’ingiunzione di sfratto, rimandata grazie all’intervento dei servizi sociali. Ma M.B. è arrabbiata con i servizi sociali: parlano parlano ma non fanno niente, sostiene. Qualche volta minacciano di portarle via le figlie e lei minaccia loro: Dovete solo provarci. Comunque, proprio grazie ai servizi sociali, le sue ragazze vanno a scuola, comprano i libri, prendono l’autobus. Grazie alla Caritas, invece, mangiano. Grazie ad alcuni conoscenti, che le procurano delle bombole, hanno il gas. Quello “vero”, è tagliato da un bel po’: M.B. non riesce a pagare le bollette. M.B. ha molti debiti. E un marito che sarebbe meglio non avere. Lui non ha un lavoro da ancora più anni di lei e non lo cerca più. Però ha una nuova giovane moglie in Africa. È gentile fuori e cattivo in casa, sostiene M.B., che non lo guarda negli occhi da anni. Non le dà il divorzio, non la aiuta in niente, quando si arrabbia urla e spacca e picchia e i vicini chiamano i carabinieri. Lei non reagisce e non risponde. Da noi si dice che se un asino ti dà un calcio e tu glielo ridai, tu sei come l’asino, mi spiega M.B., che non si sente per niente somara.

Asini di Stefano Misesti

Asini, Stefano Misesti

Non riusciva a smettere di raccontare, l’altro giorno. Si interrompeva solo per recuperare Abù, uno dei bimbi che tiene. Abù che beve l’acqua della vaschetta delle tartarughe, Abù che getta dal balcone oggetti, Abù che soffia dal naso e si aggira con moccoloni pendenti e poi vuole strusciarsi su di me, che forse gli sto sorridendo troppo.
M.B. mi racconta che recentemente è stata ricoverata per due settimane in ospedale, che l’hanno portata là d’urgenza, che l’hanno sgridata perché era molto grave. Mi ha detto che ora sa di avere il diabete, come il marito. Che le medicine sono care, ma che riesce ad averle a basso costo. Che adesso si cura e sta meglio, che comunque non può morire: chi penserebbe alle sue figlie?
M.B. mi ha parlato, come sempre, di Dio: Dio è grande, Dio è tutto, Dio allarga la mente, Dio ti legge nel cuore, che Dio ti benedica. Io che sono senza Dio, l’ascolto e penso meno male che c’è Dio nella sua vita.
M.B., l’altro giorno, parlava e parlava e un po’ farneticava. O forse no, ma non è sempre facile capirla: si esprime solo con il presente e io spesso mi perdo in un labirinto spazio-temporale.
La famiglia del marito la odia, dice. Le hanno fatto un rito voodoo, per quello stava sempre male e faceva sogni ossessivi. Ma lei l’ha trovato, l’oggetto foriero di malefici, stava sopra l’armadio. M.B. rivela così oscure storie di magia e di soldi dati a una specie di stregone, di intrugli con il miglio e i piselli neri gettati nel mare, di credenze ataviche: da noi si dice che non c’è niente che ti viene fatto che non si può disfare. Io l’ascolto e penso: ma merda, ha dato il suo stipendio ad un cialtrone che fa pozioni, ma merda, altro che voodoo, stava male per il diabete, ma merda, dov’è il mare nella pianura padana? Io penso: la suggestione! E poi solo: ma merda.

Tim Burton, The Melancholy Death of Oyster Boy & Other Stories

Tim Burton, The Melancholy Death of Oyster Boy & Other Stories

M.B. parlava e parlava, l’altro giorno. Di quando lavorava e guadagnava anche 1500 euro in quindici giorni, dell’oro che si era comprata per i tempi difficili, perché da noi si usa così, dell’oro ora tutto venduto, anche se i tempi difficili non sono per niente finiti. Parla del suo Paese, del padre che era procuratore e della madre che faceva la segretaria del vicepresidente, non si capisce se del villaggio o del mondo. Di questi anziani genitori che pensano che lei viva bene in Italia, ché sua madre morirebbe, sapesse la verità. Parla dell’invidia degli africani, di lei che prima era stupida e si fidava di tutti e che ora non si fida più di nessuno. Di nuovo della sua Africa su cui non cammina da dieci anni, di un biglietto aereo solo andata che il Comune vorrebbe regalarle per tornarsene là, insieme alle sue difficoltà e ai suoi debiti. Di lei che la mia casa ormai è qui e le mie figlie sono italiane. Di lei che non posso morire.
Parlava e parlava l’altro giorno, M.B. Non mi ha fatto domande e l’ho trovato strano. Ma anche una fortuna. Io mi vergogno di me, quando sono con lei. Mi vergogno di tutto. Dell’ingiustizia, soprattutto. E con la stessa identica intensità, vorrei aiutarla e vorrei scappare.
Finisce sempre così.

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