Un frate di tre cotte


Che cosa c’è di più lontano da una ragazza che ancheggia su altissimi stivaletti con catena dorata, avvolta in una pelliccia corta di visone? Da una che, quando parte, travasa il suo Yorkshire Toy dalla borsetta a una pensione per cani munita di webcam, in modo da continuare ad adorare il suo cucciolo attraverso lo schermo di un cellulare? Insomma. Chi sta agli antipodi di una bionda a Monte Carlo? Sì! Proprio lui! Un piccolo frate dagli occhi a mandorla che ha professato i voti di castità, povertà e obbedienza. Uno che vive in mezzo alle preghiere e ai malati mentali.
La prima volta che l’ho visto, lo confesso, è stata una delusione. Non era scalzo o per lo meno in sandali. Non aveva la barba bianca come Frate Indovino né una corona di capelli a girare intorno al capo raso come Fra Cristoforo. Non indossava un saio marrone, con cappuccio e maniche larghe, legato alla vita con un cordone: niente, nessuna somiglianza neppure con quel buon panzone di Fra Tuck.

Il frate con gli occhi a mandorla ha la mia età e più o meno la mia statura. Porta una tunica nera in fondo a cui spuntano pantaloni scuri e scarpe di cuoio, una chioma dritta nera lucidissima, un viso paffuto serio serio. Il sorriso grande pieno di denti con cui mi ha salutata, però, si è mangiato la mia delusione e ci siamo presentati con cordialità. Lui ha voluto subito chiarire io non ho il dono di lingua, ma sono bravo a grattare la pancia di cicale e a me è venuto solo ah. Lui ha continuato con italiano non è buono, ho le mani legate e io ho detto ancora ah. Lui ha precisato i confratelli parlano veloce ma io cammino come tartaruga, al che sono ammutolita, cercando di ricordare se anche Fra Tuck si esprimesse per frasi fatte, ma mi è venuto in mente solo il suo canaglie!.
Lui, comunque, era già a io non sono un’aquila, sono nato sotto buona stella, sono ricco di spirito ma povero in canna, devi fare salto nel buio, tu sei libro aperto…

opera di Soizick Meister
Già. Il mio frate con gli occhi a mandorla ha grosse difficoltà linguistiche, ma sa tonnellate di espressioni idiomatiche e proverbi italiani. E vuole insegnarmeli! Tu sai… Mettere il becco in molle? Non saper tenere un cocomero all’erta? Tu sai…  Essere un furbo di tre cotte? Macché. Io non so niente e penso che ‘sto frate di tre cotte sia un po’ tocco… E invece no! Esistono davvero questi modi di dire e poco importa se oggi li usano solo i confratelli che lavorano con i malati mentali… Alla fine mi devo arrendere ai compiti a casa.

Treccani.it: “Mettere il becco in molle, bere vino”.

Accademia della Crusca: “Non saper tenere un cocomero all’erta dicesi in proverbio di chi ridice tutte le cose, o segrete, o non segrete, che gli son dette”.

Treccani.it: Essere un furbo di tre (o di sette) cotte vale ‘furbo famigerato’ o ‘furbo in sommo grado, furbissimo’, poiché l’espressione di tre (o di sette) cotte ha per l’appunto valore intensivo-elativo. La prima attestazione nell’italiano scritto della locuzione è in Pietro Aretino (1546). Come ricorda il Pittano nel suo Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, nei Viceré De Roberto parla di un «Abate borbonico di tre cotte», mentre Montale, nella Farfalla di Dinard, scrive di «un cozzone della Camargue, un cafone di tre cotte»”.

Ed è sempre meglio controllare, anche quando si pensa di sapere… Tu sai… Essere in palla? Sì, questa la so! Io sono in palla per colpa dei proverbi! Tu, frate, mi mandi in palla! E invece…

no!
Wikizionario: “Essere in palla (obsoleto), essere in gran forma, fisica o mentale”.
Vabbè dai, torno a studiare.

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