veg


30. Alla frutta 2

Dopo tanta carne e qualche verdura poco etica, siamo alla frutta. Non che io abbia finito le energie, ma gli accordi sono accordi ed è ora di mettere un punto a Beatrice e altri animali (un punto e virgola, dai: magari tornerò).

Due cose, prima di salutarvi:

1. So che la prima parte era più sciocchina e carina e poi bang!, sono arrivate come una schioppettata le questioni gravose, ma sentivo l’urgenza di condividerle perché sono state il motore di un cambiamento importante, all’interno di un percorso non ancora concluso. Moltissime, infatti, le mie questioni ancora aperte.

(Tra le altre: se il vegetarismo è per me una scelta filosofica, come posso pensare di imporla al cane, che quando vede un piccione parte all’attacco (…delle briciole, ma che c’entra, la mia è una bestia pragmatica)? È peggio un maglione di lana che proviene dallo sfruttamento della pecora o uno sintetico che proviene dallo sfruttamento del petrolio? Se nella maggior parte dei luoghi che conosco o ho conosciuto per me vegetariana alimentarsi è un’impresa ardimentosa, cosa fa un vegano: un benefico digiuno intermittente? Resta sempre e solo a casa sua? Vive di eccezioni? Oppure: se mi siedo in un bar e chiedo un bicchiere di vino bianco fermo vegano, c’è la possibilità che al gestore non venga voglia di tirare fuori lo spray al peperoncino o un altro strumento di autodifesa?)

2. A mio parere, tutti dovrebbero porsi delle domande e intraprendere un cammino di consapevolezza, senza per forza raggiungere il medesimo traguardo, ma avanzando con il proprio ritmo, magari soltanto di pochi passi.

Si potrebbe iniziare riconoscendo che anche mangiare carne – e quindi animali – è una scelta, non solo l’inverso. Che gli allevamenti intensivi sono un affare sporco ma che rappresentano, in Italia e nel mondo, il modello vincente. Che non tutti i vegetariani sono strani né tutti i vegani estremisti.

Insomma…

Non sarò mai abbastanza cinico

da smettere di credere

che il mondo possa essere

migliore di com’è

Ma non sarò neanche tanto stupido

da credere che il mondo

possa crescere se non parto da me

 

P.S. Solo io potevo terminare un mese di sfinimento sui diritti degli animali con una canzone che s’intitola Costume da torero… Torero! Che disastro.


29. Non sempre un modello

Va bene, penserete voi a questo punto, ma non è che i vegani rappresentino sempre un modello di comunicazione efficace. Avete ragione, penso io. Giudicare, offendere, colpevolizzare la gente che continua a mangiare carne o a bere latte non credo che aumenti l’interesse verso la filosofia vegana, tra l’altro difficile da praticare con rigore nella nostra società carnista (ricordate la Joy?).

Che il vegano dogmatico sia una specie di sciagura è chiaro anche all’attivista belga Tobias Leenaert, che offre ai vegani interessanti consigli di comunicazione e che nel 2009 è riuscito a far istituire nella sua Gand la giornata vegetariana della settimana, il giovedì.

A proposito di tavola veggie, c’è chi l’apparecchia anche di ironia. Prendete quest’articolo, vecchiotto ma sempre attuale, di Andrea Dotti, Viviseziona il vegetariano, un piccolo e divertente decalogo sulle categorie più diffuse di commensali vegfobici. Provate a leggerlo e ricordate: questo pezzo è riuscito nell’impresa di far ridere pure l’amica G., fervente carnivora, che ha ammesso: sono sicuramente un’indignata curiosa!

P.S. E voi, a quale tipologia appartenete? A quella che pensa che se tutti fossero vegetariani saremmo invasi da vacche e maiali? 🙂


28. Etica o non etica, questo è il problema

Restiamo sulla questione comunicazione. Un anno fa è nato un dibattito riguardo alla (non?) etica vegan per via di un articolo di The Vision, che provava a rassicurare gli onnivori sostenendo che non c’è nulla di etico nella vita di un vegano, il quale si strafa di quinoa, avocado, soia, mandorle e anacardi, tutte coltivazioni che significano sfruttamento dei lavoratori e problemi ecologici.

Un discorso disonesto, mi pare: i vegani non mangiano necessariamente quinoa, avocado, soia, mandorle e anacardi, così come gli onnivori non li evitano necessariamente (fate una prova: scrivete su Google ricette avocado, aprite il primo sito che vi appare e imparerete che l’avocado si sposa felicemente con i gamberi e il pollo). Sono poi questi gli unici alimenti che implicano situazioni di sfruttamento? E ancora: è così difficile immaginare un individuo che cerchi, qualsiasi sia la sua dieta, una filiera di economia sana di prodotti da acquistare?

La risposta più interessante all’articolo di The Vision, a mio parere, è apparsa su The Wired, a firma di un onnivoro. Sentite un po’:

I vegan (o almeno i vegan ragionevoli: ma di irragionevoli ce ne sono in ogni categoria umana) non millantano che il loro cibo sia etico in assoluto. Semmai, essendo quasi sempre antispecisti ritengono una scelta etica il non nutrirsi di carne di animali, all’incirca per lo stesso motivo per cui noi non-vegani non ci nutriamo di carne di bambini o di impiegati del catasto: li riteniamo soggetti etici che non è ammissibile sventrare e divorare, a prescindere dal resto.


27. L’aspetto della comunicazione

Riguardo al mondo vegetariano/vegano, trovo l’aspetto della comunicazione davvero interessante. Mi incuriosisce da anni: da quando, cioè, ho iniziato a leggere sui giornali titoli quali: Undici mesi, figlio di vegani: ricoverato per malnutrizione oppure Vegetariano uccide la madre a coltellate per un pezzo di carne in frigo; da quando ho scoperto che se si scrive genitori vegani su Google il primo suggerimento è genitori vegani condannati e il secondo genitori vegani bambino morto; da quando ho visto, nel negozio di magliette al mare, quella con la scritta: Salva una pianta: mangia un vegano.

Quando m’imbatto in queste cose, mi sorgono alcune domande. Tipo: il problema è davvero la dieta o è il fanatismo di chi segue una certa dieta? È l’escludere la carne e i latticini o l’escludere la possibilità di informarsi per evitare carenze? Perché un giornale sceglie un titolo che neanche Lercio, omettendo il fatto che la persona vegetariana che ha accoltellato la madre soffriva di disagi psichici? Ok, fa sorridere la boutade di mangiare un vegano, ma chi indossa quella maglietta sa la differenza tra una pianta e una pecora o ha mai sentito parlare di sistema nervoso? E ancora, qual è il giovamento per l’umanità tutta che i mass media (e non solo) trasmettano l’idea che vegetariano/vegano significa pericolo?


25. Il Chakra della Murgia

Ricca di spunti per riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte alimentari è la puntata dell’ottobre scorso Carnivori contro vegani  del programma Chakra di Michela Murgia, andato in onda su Rai Tre.

Gli ospiti sono il conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani, che promuove il suo ultimo libro dal sobrio titolo I fasciovegani, lo chef Pietro Leemann, il primo a ricevere una stella Michelin per la sua cucina vegetariana e vegana, e lo scrittore Carlo D’Amicis, che ha scritto Quando eravamo prede, un interessante romanzo che ha inquietato la Murgia e pure Gianpazienza (tra un po’ forse anche me).

Ecco i miei cinque perché vale la pena vedere questa puntata:

  1. Per entusiasmarsi davanti agli interventi di una Murgia tutta spessore e acutezza (“Quando vedo una bestia che per sopravvivere posso non mangiare, la questione del perché la mangio io me la devo porre”);
  2. Per osservare un Cruciani come sempre provocatorio (“Chi mangia gli animali, chi li caccia, li ama molto di più dei vegani”), ma eccezionalmente non urlante;
  3. Per ascoltare Leemann fare una citazione in latino e sbagliarla ricordare come nella tradizione italiana c’erano tantissimi piatti vegetariani ora poco considerati;
  4. Per ragionare sulla tesi di D’Amicis: mangiamo carne per una sorta di complesso d’inferiorità verso gli animali, per cercare di prenderne l’elemento di forza, di selvaggio, di aggressività che ci manca;
  5. Per non perdersi gli sguardi interrogativi che la Murgia rivolge a Cruciani prima di arrendersi: “Non capisco la logica”.

24. La valle da un milione di polli

L’ultima puntata di Animali come noi s’intitola Cose mai viste innanzitutto perché Giulia Innocenzi segue un’operazione di liberazione di animali ad opera di Alf, Animal Liberation Front, considerata dal Consiglio d’Europa un’organizzazione terroristica e ne intervista alcuni esponenti (“Tutti gli animali, tutti gli esseri nascono liberi e nessuno si deve arrogare il diritto di togliere la libertà e decidere della loro vita” dicono).

La giornalista, con un attivista dell’organizzazione Essere animali, entra quindi in un capannone zeppo di tacchini (diecimila), parla con un camionista che trasporta galline (8.928) e osserva da fuori uno stabilimento composto da sei piani di polli (centoventimila), in una valle in cui ne si allevano fino a un milione (un milione!).

Le immagini poi si tingono d’orrore, mostrando le violenze e le pratiche illegali compiute in un macello in provincia di Frosinone e riprese dalle telecamere nascoste dell’unità investigativa Free John Doe.

Ultima cosa mai vista, il confronto con Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, che sostiene che i controlli italiani sono tra i migliori al mondo, ma ci sono sempre le eccezioni negative, un po’ come le maestre che picchiano i bambini. Il segreto, dice, è comportarci bene con tutti gli esseri senzienti e non senzienti, perché un giorno scopriremo che anche i vegetali provano delle emozioni. Non che voglia prendere in giro i vegani, Farinetti, ma perché bisogna essere così razzisti da pensare che i vegetali non abbiano una vita? Eh?


21. Latte e lenticchie

Sorella mucca è il titolo della terza puntata di Animali come noi.

Le immagini e le voci raccolte da un infiltrato in tre allevamenti di vacche da latte in provincia di Brescia offrono, tra l’altro, le seguenti informazioni: la razza Frisona è quella scelta perché più produttiva (ma il suo latte è più povero di proteine e grassi); l’inseminazione artificiale avviene circa una volta all’anno, quando la mucca inizia a esaurire il latte del parto precedente; le malattie sono frequenti, così come l’uso di medicinali; la spedizione al macello si effettua dopo tre o quattro parti o quando l’animale, sfinito, non riesce più ad alzarsi.

Seguono, nella puntata, le visite della giornalista Giulia Innocenzi ad allevamenti super tecnologici, sul modello americano, che – tra macchinari innovativi e progressi in campo genetico – riescono ad ottenere anche 40 litri di latte al giorno da una vacca (contro i 10/15 di una volta).

E ancora, c’è l’intervista al professor Franco Berrino, che afferma che i latticini non fanno bene, ma che non bisogna essere ideologici, e c’è il confronto finale con lo chef Gianfranco Vissani.

Largo spazio è dedicato a una famiglia vegana, che mangia polenta, lenticchie e spinaci e sembra essere felice. Una famiglia grande e impegnata, con figli sani e animali salvati. Due però:

1. Nella loro campagna di sensibilizzazione, i toni sono spesso in bilico tra l’accusa e l’offesa;

2. Natale è solo tra vegani: nessun posto a tavola per gli affetti che hanno una dieta diversa dalla loro.

 


13. Tutto bene, quindi?

Riassumendo: vivevo spensieratamente onnivora finché mi sono imbattuta in Gianpazienza; con lui sono nate le domande e le intenzioni, con il nostro cane le intenzioni sono diventate fatti; l’amica G. e mio papà si sono arresi al mio vegetarismo, mentre mia mamma è ancora alla ricerca del prezzemolo, che dovrebbe essere dappertutto e invece a casa dei miei genitori non c’è mai. Tutto bene, quindi?

Tempo fa ho letto un libro – Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche – che ho trovato straordinario e mi ha straordinariamente assillato già dal titolo.

Dunque, Beatrice – ho iniziato a trepidare, gli occhi ancora fissi sulla copertina. Tu ami i cani, NON mangi i maiali MA indossi le mucche. Tu NON mangi le mucche MA le indossi. Possiedi scarpe, borse e pure una giacca di pelle, morbida e deliziosa. Ti sei mai seriamente chiesta da dove viene quella pelle, morbida e deliziosa? Sarà morto di morte naturale, il tuo bovino? O gli è preso un accidente? Beatrice! Pensi che i suoi familiari abbiano dato il consenso alla donazione dei suoi organi per uso umano? E a proposito di mucche, vogliamo parlare del cappuccino che bevi tutta giuliva la domenica mattina, nel bar della piazzetta? Sentiamo, a chi era destinato quel latte nel cappuccino? Alla tua colazione? Ma Beatrice!

Cazzo, il cappuccino. Anche il cappuccino!


10. Di nuovo il topinambur 4

Non si perdono famiglia e amici diventando vegetariani. Né vegani, mi auguro. Inizialmente, però, si può suscitare qualche perplessità.

Prendete la mia amica G., fervente carnivora. All’inizio si è arrabbiata per la mia decisione, che giudicava un’immotivata rinuncia solo per via di Gianpazienza, ma se n’è fatta presto una ragione e ha continuato a invitarci a cena o a venire a cena da noi. Certo, per un lungo periodo ci ha maledetti per lo stress che le causavamo quando eravamo suoi ospiti (e adesso cosa diavolo cucino?!) e ha tremato quando era lei l’ospite, chiedendosi se le sarebbe toccato di nuovo il topinambur. Ma siamo ancora care amiche.

Mio papà, invece, ha provato a metterla sul piano della salute, sgridandomi: “Un po’ di carne fa bene! Le proteine!”. Niente da fare, ha dovuto arrendersi ai legumi e mettere in tavola pasta e fagioli o falafel. Per qualche tempo, però, mi ha messa alla prova, offrendomi piatti banditi dalla mia dieta. Un giorno, al telefono, la svolta:

– Ciao papi, come va?
– Bene. Pensavo di fare il filetto al pepe verde stasera, vuoi venire?
Un attimo di silenzio e stupore da parte mia.
No, grazie. Ma se vieni tu da noi, ti faccio lo stufato di seitan.
Un attimo di silenzio e stupore da parte sua.
– Ah ah ah! Il seitan! Ah ah ah! Satùt-de-Cartòn! Ah ah ah!

Da allora mi lascia tranquilla (ma mi ha chiamata per un bel pezzo Germidi Soia).

P.S. Non so cucinare lo stufato di seitan… O meglio, non ancora: sono nella fase tempeh! 😉


9. Sempre più pungente

Quando un cane ha fatto il suo ingresso – giallo e gioioso – in casa nostra, il mio disagio si è fatto sempre più pungente.

Guardavo la bestia pancia all’aria e mi tormentavo: mentre lei è qui che fa la principessa sul divano, quanti maiali sono diventati prosciutti? Quante mucche, proprio in questo istante, percorrono il condotto verso la sala di macellazione, magari pungolate elettricamente? Quante aragoste sono buttate vive nell’acqua bollente? Perché questo cane è diventato subito un compagno di vita e d’affetto e la gallina continua ad essere il mio cibo di Natale? Perché ci struggiamo davanti ad ogni gatto gattino che incontriamo e a Pasqua mangiamo il capretto o l’agnello? Non sono tutti animali? Tutti uguali? Perché non hanno per noi pari dignità? Perché le cose stanno così?

Non ho trovato risposte convincenti.

Non posso abbandonare il cane in autostrada per continuare a mangiare in pace la famosa bistecca, mi sono quindi detta. Non posso neppure mangiare il cane per sentirmi più coerente, ho continuato tra me e me.

Ed è così che sono diventata ufficialmente, completamente, serenamente vegetariana.

 


8. Lascia stare

Un giorno, ho deciso che sarei diventata ufficialmente, completamente vegetariana. Bisogna saper scegliere ( in tempo, non arrivarci per contrarietà ), mi sono detta.

Così ho smesso del tutto di mangiare carne e ho cominciato a sognare bistecche. Davvero. Mi svegliavo e avevo voglia di bistecca. Era mattina, non avevo ancora fatto colazione e volevo una bistecca. Disastro! Improvvisamente, l’idea di non mangiarne più nemmeno un angolino di tanto in tanto mi sembrava insopportabile.

Cos’è, sono in astinenza? – mi chiedevo, allarmata – Ho una dipendenza nei confronti della bistecca? Perché, poi, la bistecca? Avrei capito di più il pollo del mercato… La bresaola… Gli spaghetti allo scoglio… Perfino quello strazio di gallina ripiena! Ma perché la bistecca, cazzo?!

Ho confidato i miei travagli al tipo strano, che ha dichiarato, deciso: “Se devi stare così, lascia stare”.

Ho lasciato stare.

 

 


7. Poi, un giorno, ho deciso

Gianpazienza, bisogna riconoscerlo, non ha mai cercato di convincermi a diventare vegetariana. Mai. Diceva: “Io non faccio proselitismo” e, ad eccezione di quella storia del cimitero, parlava della questione solo se interrogato. Mi osservava mangiare qualsiasi tipo di alimento senza battere ciglio, o meglio, quando mangiavo i cachi abbassava elegantemente gli occhi perché, siamo onesti, ero uno spettacolo piuttosto disturbante. E lo sono ancora, in effetti. (Mhmm, i cachi! I cachi! Anche il galateo definisce l’unico modo corretto di mangiarli quello di tuffarcisi dentro… Così mi pare, almeno.)

Grazie alla sua silenziosa condotta, però, mi sono posta per la prima volta delle domande e ho iniziato ad avvertire disagio. Non solo di fronte a certi cibi e alle umane incoerenze, ma anche per il fatto di non essermi posta prima quelle domande.

Quando abbiamo cominciato a vivere insieme, ho smesso di comprare carne e pesce non perché me l’avesse chiesto lui, ma perché mi andava così. Fuori casa, invece, la mia alimentazione continuava ad essere onnivora.

Poi, un giorno, ho deciso.