lavoro


Per le facce del mondo 2

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che popolano questo universo singolare […]

io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e alcune sono adorabili […]

Mariangela Gualtieri

B. viene dallo Sri Lanka, non salta mai una verifica ed è più dolce di una caramella al cardamomo. Grazie alla mamma cuoca, è un buon conoscitore della cucina italiana. Se necessario, sa calarsi nel ruolo di mio personale dizionario di inglese.

R. è albanese e più di tutto ama viaggiare. È bravissima e sola, in una classe dove nessuno le parla. L’ultimo giorno di scuola piangeva, pensando ai suoi amici in Albania e alla festa che in quel momento si stava perdendo. Di solito, però, è incline al riso.

H. è indiano e al posto del copricapo tradizionale indossa l’aria smarrita di chi all’età di tredici anni si è perso in un altro continente. Gli piacciono il cricket, il calcio, le lezioni di italiano solo quando non coincidono con quelle di ginnastica. Ha una sorella più grande e apparentemente meno smarrita, A.

I. viene dalla Tunisia, è attenta e serissima. Se provi a chiederle di raccontarti una cosa bella che ha fatto nel week-end, scuoterà la testa e sussurrerà: niente. Non insistere. Piuttosto aiutala a prepararsi alla verifica di scienze. Se non ricordi nulla di scienze, mettiti a studiare. Ha una sorella più grande e sorridente, M. (altro…)


Una mattina di aprile

Mi sveglio presto presto causa temi da correggere e decido di rinunciare alla colazione per solidarietà con il mio cane. Dopo soli due temi, però, non resisto e, in piedi, ingollo un pezzo di torta con un po’ di caffè riscaldato. Un supplizio: non lo vedo, ma lo sento sulla schiena il suo sguardo di animale costretto al digiuno, affamato e afflitto. Proprio una brutta colazione. Proprio un’umana incapace di gestire con distacco le cose canine. Di nuovo, non resisto: mi volto e gli regalo un mucchietto di briciole. Lui giura di non dirlo alla veterinaria.

Poi un bacio a Gianpazienza, Spotify in auto e i papaveri lungo la ferrovia. A scuola, un caffè alle macchinette, qualche veloce chiacchiera su documenti e scadenze e la campanella che suona mentre sto facendo la pipì. (altro…)


Chicca #39

– Allora ragazzi, com’è andato lo stage?

– Bene.

– Dai, raccontatemi che cosa avete imparato!

– Che la scuola non serve a un cazzo.

– Ah. E quali erano le vostre mansioni?

– Massoni?

– Mansioni!

– Missioni?

– I vostri compiti… I vostri incarichi…

– Fare il meccanico, no?


In attesa delle nomine, parte II

“Per il 24 tutti i docenti precari saranno in classe, le graduatorie sono già pronte” dichiarava ai giornali la ministra dalla vita faticosa, dieci giorni fa.

Ebbene, oggi 24 settembre 2020 nessun insegnante precario della scuola secondaria di I e II grado della mia provincia è in classe, eccetto alcuni docenti tecnico pratici e di sostegno. Così ho pensato di scrivere all’amministratrice della Scuola qualche parola, ma non di protesta: di rassicurazione.

Signora Ministra, non si preoccupi, Lei non ha nient’affatto deluso me e i miei colleghi e i cittadini italiani tutti. Per essere delusi avremmo dovuto crederLe, ma via, non scherziamo: non ce la fa più nessuno, nemmeno quel tontolo del mio cane, a prenderLa sul serio. Alle Sue parole, in effetti, la mia bestia ha scosso il testone e ha borbottato: “Umana, tu il 24 sarai ancora a casa ad allenarmi per le Olimpiadi di presa di crocchette al volo, garantito”. E infatti, Signora Ministra, che cosa pensa che io sia facendo adesso? D’altronde, capita a chiunque di lanciare date e numeri a caso. Anch’io spesso dico: “un minuto e arrivo” e poi passano le mezzore, anch’io assicuro al povero Gianpazienza: “andiamo a fare due passi” e poi lo costringo a fare il giro del mondo. Io, però, non faccio la ministra, Signora Ministra.

presa di crocchette al volo
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In attesa delle nomine 4

L’altro giorno una studentessa ha regalato alla ministra Azzolina una maglietta su cui campeggiava la scritta: Che fatica la vita da ministra. In effetti. Il fatto è che siamo alle prese tutti i giorni con i frammenti della sua vita faticosa, poveretta. Dei docenti precari, invece, si parla un po’ meno.
Ve la racconto io – dicebeatrice – la vita settembrina dei supplenti in attesa delle nomine. (In attesa anche di un concorso, ma questa è un’altra storia. Ché poi sappiamo tutti che in Italia, appena si parla dei concorsi della scuola, cadono governi, scoppiano pandemie, si avvicinano esplosioni interstellari…) (altro…)


Quello, quella, quelli 2

Oggi, Primo maggio, mi è venuta voglia di raccontarvi del mio lavoro così cambiato negli ultimi due mesi. Per farlo, vorrei presentarvi i miei studenti durante le video lezioni. Studenti che compiono gli anni chiusi nelle loro case, che vorrebbero abbracciare gli amici e baciare le ragazze, giocare a calcio o a basket, andare in bici o in moto… Ma non possono. Possono (potrebbero?), però, continuare a studiare. Certo, la campanella non suona più, ma loro, tutte le mattine e molti pomeriggi, dal lunedì al sabato, si siedono di fronte a uno schermo per un’altra giornata di scuola.

Intanto fuori è primavera!

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28. Etica o non etica, questo è il problema

Restiamo sulla questione comunicazione. Un anno fa è nato un dibattito riguardo alla (non?) etica vegan per via di un articolo di The Vision, che provava a rassicurare gli onnivori sostenendo che non c’è nulla di etico nella vita di un vegano, il quale si strafa di quinoa, avocado, soia, mandorle e anacardi, tutte coltivazioni che significano sfruttamento dei lavoratori e problemi ecologici.

Un discorso disonesto, mi pare: i vegani non mangiano necessariamente quinoa, avocado, soia, mandorle e anacardi, così come gli onnivori non li evitano necessariamente (fate una prova: scrivete su Google ricette avocado, aprite il primo sito che vi appare e imparerete che l’avocado si sposa felicemente con i gamberi e il pollo). Sono poi questi gli unici alimenti che implicano situazioni di sfruttamento? E ancora: è così difficile immaginare un individuo che cerchi, qualsiasi sia la sua dieta, una filiera di economia sana di prodotti da acquistare?

La risposta più interessante all’articolo di The Vision, a mio parere, è apparsa su The Wired, a firma di un onnivoro. Sentite un po’:

I vegan (o almeno i vegan ragionevoli: ma di irragionevoli ce ne sono in ogni categoria umana) non millantano che il loro cibo sia etico in assoluto. Semmai, essendo quasi sempre antispecisti ritengono una scelta etica il non nutrirsi di carne di animali, all’incirca per lo stesso motivo per cui noi non-vegani non ci nutriamo di carne di bambini o di impiegati del catasto: li riteniamo soggetti etici che non è ammissibile sventrare e divorare, a prescindere dal resto.


Di un caso straordinario

Prima della parentesi Catarella, si parlava di persone dall’aria provata e l’animo sospeso nell’incessante noia.

“Occhio al mosaico” di Francesca Zoboli

È difficile, secondo me, resistere anche a una sola fetta di quella cosa enorme che è la perdita della libertà personale: la libertà di scegliere le persone con cui condividere tempo spazio intimità, la libertà di muoversi e agire in autonomia, ma non solo… Ci sono privazioni magari più sottili ma altrettanto aspre: avete mai pensato alla mancanza del silenzio, per esempio? Come ho già scritto, in carcere c’è sempre rumore: di giorno, ma anche di notte, quando gli strazi e le astinenze restano svegli e chiassosi. Il silenzio, si sa, serve anche per un percorso scolastico: i detenuti, però, non riescono a studiare nella loro sezione perché impossibilitati a concentrarsi (nonché a grande rischio irrisione: cosa pensi di fare con quei libri? Chi ti credi di essere?) e non possono studiare nelle più tranquille aule perché non hanno il permesso di frequentarle al di fuori dell’orario delle lezioni. E avete mai pensato agli spifferi? Sono solo soffi, eppure d’inverno, in una cella, devono dare il tormento.  (altro…)


Catarella e gli altri 4

Prima di concentrarmi sui personaggi più singolari che popolano le mie classi dietro le sbarre, vorrei aprire una parentesi sul personale penitenziario. Al di là di 007, che come sapete non ama le borracce, potrei raccontare di tutta la gente gentile che mi rivolge saluti e sorrisi. Già, potrei ma non lo faccio. E sì che anche Gianpazienza spesso mi incoraggia: Almeno provaci, a far finta di essere una bella persona! Niente da fare, non ci riesco, ed è per questo che ora scriverò di qualcosa di infelice che mi ha colpito.

Sarà una banalità, ma non sempre il personale penitenziario ha un atteggiamento positivo nei confronti della scolarizzazione in carcere. Non parlo della direzione, con cui non ho a che fare, ma degli agenti addetti alla custodia dei detenuti. È come se alcuni di loro non capissero perché le persone recluse abbiano la possibilità, nonostante i reati commessi, di seguire corsi, fare attività, leggere i giornali che la scuola procura loro gratuitamente (esattamente come li procura agli studenti fuori dal carcere).

Una volta, per esempio, un agente ha chiesto a me e a una collega, come fanno molti quando ci vedono passare con i quotidiani, di poter prendere un giornale e nell’afferrarlo ha commentato con sommo disprezzo che quelli hanno pure i giornali gratis, mentre noi… Ecco, io uno che non coglie la differenza tra il poter e il non poter alzare il culo da lì per andare in edicola, che non capisce che lo scontare una pena non può significare costrizione anche morale e abbruttimento su tutti i piani, compreso quello culturale, ecco, io uno così non credo che dovrebbe lavorare in carcere.

E non credo neppure che i Catarella, fuori da una serie televisiva, facciano davvero ridere.

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