Gianpazienza


25. Il Chakra della Murgia

Ricca di spunti per riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte alimentari è la puntata dell’ottobre scorso Carnivori contro vegani  del programma Chakra di Michela Murgia, andato in onda su Rai Tre.

Gli ospiti sono il conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani, che promuove il suo ultimo libro dal sobrio titolo I fasciovegani, lo chef Pietro Leemann, il primo a ricevere una stella Michelin per la sua cucina vegetariana e vegana, e lo scrittore Carlo D’Amicis, che ha scritto Quando eravamo prede, un interessante romanzo che ha inquietato la Murgia e pure Gianpazienza (tra un po’ forse anche me).

Ecco i miei cinque perché vale la pena vedere questa puntata:

  1. Per entusiasmarsi davanti agli interventi di una Murgia tutta spessore e acutezza (“Quando vedo una bestia che per sopravvivere posso non mangiare, la questione del perché la mangio io me la devo porre”);
  2. Per osservare un Cruciani come sempre provocatorio (“Chi mangia gli animali, chi li caccia, li ama molto di più dei vegani”), ma eccezionalmente non urlante;
  3. Per ascoltare Leemann fare una citazione in latino e sbagliarla ricordare come nella tradizione italiana c’erano tantissimi piatti vegetariani ora poco considerati;
  4. Per ragionare sulla tesi di D’Amicis: mangiamo carne per una sorta di complesso d’inferiorità verso gli animali, per cercare di prenderne l’elemento di forza, di selvaggio, di aggressività che ci manca;
  5. Per non perdersi gli sguardi interrogativi che la Murgia rivolge a Cruciani prima di arrendersi: “Non capisco la logica”.

23. Il selfie col fagiano 2

La caccia, l’allevamento di visioni e gli animalisti sono i temi della quinta puntata di Animali come noi.

Incredibile ma vero, quello dei visoni è un mercato in crescita e, nell’allevamento veneto visitato dalla giornalista Giulia Innocenzi, gli animali vivono in gabbie di lusso circondate da un impianto di sicurezza antianimalisti. A proposito di animalisti, vederli fuori dalla Fiera della caccia di Vicenza – richiusi in una gabbia di transenne – a urlare a chi entra cose come sto muso de merda maniaci depravati brutto come la morte cornuto quella troia di tua madre ti fai le seghe con le nostre foto hai rubato lo scopino del cesso per mettertelo in testa fa un effetto triste di possibilità mancata.

Per quanto riguarda i cacciatori, per me rappresentano una categoria incomprensibile. Oggi, intendo. Se vivessimo nell’epoca precedente la rivoluzione agricola del Neolitico, è chiaro che capirei. È chiaro che direi a Gianpazienza: “Caro, stamane raccoglierò per te i più pregiati vegetali spontanei, ma tu portami della saporita selvaggina ché abbiamo appena scoperto il fuoco e non vedo l’ora di fare un barbecue insieme all’amica G.” Ah, oggi si caccia per divertimento, per immergersi nella natura? Ma i cacciatori non potrebbero divertirsi in altro modo, per esempio facendo una gita nei boschi con i loro cani e imbracciando un binocolo, anziché il fucile, quando vedono un animale? O una macchina fotografica? Dai, va bene pure un cellulare, per tentare il famoso selfie col fagiano.


13. Tutto bene, quindi?

Riassumendo: vivevo spensieratamente onnivora finché mi sono imbattuta in Gianpazienza; con lui sono nate le domande e le intenzioni, con il nostro cane le intenzioni sono diventate fatti; l’amica G. e mio papà si sono arresi al mio vegetarismo, mentre mia mamma è ancora alla ricerca del prezzemolo, che dovrebbe essere dappertutto e invece a casa dei miei genitori non c’è mai. Tutto bene, quindi?

Tempo fa ho letto un libro – Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche – che ho trovato straordinario e mi ha straordinariamente assillato già dal titolo.

Dunque, Beatrice – ho iniziato a trepidare, gli occhi ancora fissi sulla copertina. Tu ami i cani, NON mangi i maiali MA indossi le mucche. Tu NON mangi le mucche MA le indossi. Possiedi scarpe, borse e pure una giacca di pelle, morbida e deliziosa. Ti sei mai seriamente chiesta da dove viene quella pelle, morbida e deliziosa? Sarà morto di morte naturale, il tuo bovino? O gli è preso un accidente? Beatrice! Pensi che i suoi familiari abbiano dato il consenso alla donazione dei suoi organi per uso umano? E a proposito di mucche, vogliamo parlare del cappuccino che bevi tutta giuliva la domenica mattina, nel bar della piazzetta? Sentiamo, a chi era destinato quel latte nel cappuccino? Alla tua colazione? Ma Beatrice!

Cazzo, il cappuccino. Anche il cappuccino!


8. Lascia stare

Un giorno, ho deciso che sarei diventata ufficialmente, completamente vegetariana. Bisogna saper scegliere ( in tempo, non arrivarci per contrarietà ), mi sono detta.

Così ho smesso del tutto di mangiare carne e ho cominciato a sognare bistecche. Davvero. Mi svegliavo e avevo voglia di bistecca. Era mattina, non avevo ancora fatto colazione e volevo una bistecca. Disastro! Improvvisamente, l’idea di non mangiarne più nemmeno un angolino di tanto in tanto mi sembrava insopportabile.

Cos’è, sono in astinenza? – mi chiedevo, allarmata – Ho una dipendenza nei confronti della bistecca? Perché, poi, la bistecca? Avrei capito di più il pollo del mercato… La bresaola… Gli spaghetti allo scoglio… Perfino quello strazio di gallina ripiena! Ma perché la bistecca, cazzo?!

Ho confidato i miei travagli al tipo strano, che ha dichiarato, deciso: “Se devi stare così, lascia stare”.

Ho lasciato stare.

 

 


7. Poi, un giorno, ho deciso

Gianpazienza, bisogna riconoscerlo, non ha mai cercato di convincermi a diventare vegetariana. Mai. Diceva: “Io non faccio proselitismo” e, ad eccezione di quella storia del cimitero, parlava della questione solo se interrogato. Mi osservava mangiare qualsiasi tipo di alimento senza battere ciglio, o meglio, quando mangiavo i cachi abbassava elegantemente gli occhi perché, siamo onesti, ero uno spettacolo piuttosto disturbante. E lo sono ancora, in effetti. (Mhmm, i cachi! I cachi! Anche il galateo definisce l’unico modo corretto di mangiarli quello di tuffarcisi dentro… Così mi pare, almeno.)

Grazie alla sua silenziosa condotta, però, mi sono posta per la prima volta delle domande e ho iniziato ad avvertire disagio. Non solo di fronte a certi cibi e alle umane incoerenze, ma anche per il fatto di non essermi posta prima quelle domande.

Quando abbiamo cominciato a vivere insieme, ho smesso di comprare carne e pesce non perché me l’avesse chiesto lui, ma perché mi andava così. Fuori casa, invece, la mia alimentazione continuava ad essere onnivora.

Poi, un giorno, ho deciso.

 


6. Non è questo il punto

A me, tra l’altro, piaceva più il ripieno dentro la gallina della gallina. Ma non è questo il punto. Io amavo ciò che il pennuto spennato rappresentava: un rito. Lo so, sono noiosetta. E non c’entra con la festività natalizia, ché da noi Babbo Natale era quasi uno sconosciuto; riguarda le usanze familiari che sentivo preziose, che immaginavo eterne.

Eppure, dieci anni dopo quel tra noi non funzionerà, la vita insieme al tipo strano prosegue con grazia e letizia (un tipo che ora starà pensando, ne sono certa: ah sì? puoi mica presentarle anche a me, Grazia e Letizia?).

Quindi? Quindi ho dovuto, per prima cosa, riconsiderare la sacralità della gallina ripiena… E, semplicemente, accettare il mutare delle abitudini. Il rinnovarsi dei riti.

P.S. Col senno di poi, il pensiero più saggio da fare all’epoca sarebbe stato: cazzo mene della gallina, speriamo che Gianpazienza mi cucini con regolarità almeno qualche zucchina… E invece.

P.P.S. Io comunque neanche dieci anni fa dicevo cazzo mene. È che mi faceva tanto gggiovane, tanto Ghali…


5. Tra noi non funzionerà 2

Insomma, fino a un certo punto, io amavo mangiare la carne e il pesce. Poi è arrivato lui. Sì, proprio lui!

Quando, in qualche giro insieme, giungeva fino al nostro naso aria di carne, io dicevo, d’allegrezza piena: “Mhmm, buono!” e lui diceva, con pacata gravità: “Sento odore di cimitero”. Quando si avvicinava l’ipotesi di una grigliata, io mi leccavo i baffi e lui tirava dritto.

Proprio un tipo strano, Gianpazienza.

La prima volta che mi sono detta tra noi non funzionerà è stata quando ho visto mio papà, come di consueto a Natale, indossare i guanti e preparare i suoi strumenti da chirurgo per aprire, svuotare, imbottire, ricucire una gallina ruspante.

Tra noi non funzionerà, ho pensato, perché lui non mi cucinerà mai a Natale una gallina ripiena.

 


Beatrice e altri animali 4

C’è un tema che da alcuni anni è diventato per me importante e che negli ultimi tempi mi sta particolarmente coinvolgendo (mai rilassarsi in vacanza, mai!) (in “vacanza”). Per dare un po’ di requie a Gianpazienza, che è condannato ad essere il mio principale interlocutore, ho deciso di scriverne. Il piano è questo: vi racconterò una storia che parte dalla mia esperienza personale per affacciarsi un po’ più in là; una storia divisa in 30 minuscole parti, che troverete sul blog ogni giorno alle ore 18, per tutto il mese di agosto. Tempo di lettura: dai 29 ai 57 secondi, titolo compreso (sono comunque in vacanza, eh!) (in “vacanza”).

Allora siamo d’accordo: sarà il breve resoconto di un mio percorso e magari saranno spunti, informazioni, domande. Nessuna verità, nessuna lezione, nessun giudizio.

Dai, fate un favore a ♥ Gianpazienza ♥: da domani leggete Beatrice e altri animali!

(Conoscete La mia famiglia e altri animali? Non c’entra nulla con quello che voglio scrivere, ma è un libro magnifico e felice e rivelatore…)

 


Una parentesi

In questo mio anno scolastico quasi tutto all’insegna degli adulti, c’è stata una parentesi. Per quanto sbocciata a maggio, nel mese delle rose, non è che abbia avuto esattamente una fragranza fiorita.

Diciamo che odorava più di adolescenti. Di adolescenti aspiranti meccanici e carrozzieri. Di adolescenti aspiranti meccanici e carrozzieri che dovevano prepararsi a un esame. Non so se mi spiego. (altro…)


Vadi, contessa, vadi! 2

Non sono tutti casi straordinari, i miei studenti in carcere. Certe vette spigolose, per fortuna, non si raggiungono facilmente ed ecco a voi uno scenario di classe un po’ più rotondo: niente cocuzzoli, ma poggi e valloncelli.

Illustrazione di Agustin Comotto

Prendete lui. Un tale molto simpatico e un po’ in difficoltà con la mia materia, uno che se gli chiedo l’ora capace che tenti di filarsela dicendomi che mancano cinque minuti alla fine della lezione (non fosse che sono appena entrata!); un tale che ha un’età (sostiene lui) per cui potrebbe essere mio padre e che quindi (immagino io) si cruccia per il futuro di quelli che potrebbero essere i suoi figli, soprattutto se hanno avuto l’idea balorda di restare dove sono nati, cioè in Italia. (altro…)


Catarella e gli altri 4

Prima di concentrarmi sui personaggi più singolari che popolano le mie classi dietro le sbarre, vorrei aprire una parentesi sul personale penitenziario. Al di là di 007, che come sapete non ama le borracce, potrei raccontare di tutta la gente gentile che mi rivolge saluti e sorrisi. Già, potrei ma non lo faccio. E sì che anche Gianpazienza spesso mi incoraggia: Almeno provaci, a far finta di essere una bella persona! Niente da fare, non ci riesco, ed è per questo che ora scriverò di qualcosa di infelice che mi ha colpito.

Sarà una banalità, ma non sempre il personale penitenziario ha un atteggiamento positivo nei confronti della scolarizzazione in carcere. Non parlo della direzione, con cui non ho a che fare, ma degli agenti addetti alla custodia dei detenuti. È come se alcuni di loro non capissero perché le persone recluse abbiano la possibilità, nonostante i reati commessi, di seguire corsi, fare attività, leggere i giornali che la scuola procura loro gratuitamente (esattamente come li procura agli studenti fuori dal carcere).

Una volta, per esempio, un agente ha chiesto a me e a una collega, come fanno molti quando ci vedono passare con i quotidiani, di poter prendere un giornale e nell’afferrarlo ha commentato con sommo disprezzo che quelli hanno pure i giornali gratis, mentre noi… Ecco, io uno che non coglie la differenza tra il poter e il non poter alzare il culo da lì per andare in edicola, che non capisce che lo scontare una pena non può significare costrizione anche morale e abbruttimento su tutti i piani, compreso quello culturale, ecco, io uno così non credo che dovrebbe lavorare in carcere.

E non credo neppure che i Catarella, fuori da una serie televisiva, facciano davvero ridere.

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Sottili spicchi di supplenze 4

Il sottile spicchio di destino che mi era toccato sembrava ampliarsi, sospira Jane Eyre quando, nel grande edificio grigio e merlato di Thornfield, un luogo tutto campi e spine e placide colline, prende coscienza del suo amore per il burbero signor Rochester. Anch’io, che abito in una piccola mansarda di una decisamente meno romantica Pianura Padana e sono cosciente del mio amore per Gianpazienza da ormai un’eternità, vorrei dirvi qualcosa in stile Brontë: quest’anno ho tre sottili spicchi di insegnamento ad ampliare il mio destino di supplente.

Illustrazione di Beatrice Alemagna

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