disoccupazione


Di “barolacce”, zucchine e lamenti 1

– Ciao! Che classe fai adesso? – chiedo al figlio maggiore della fruttivendola egiziana, mentre con la coda dell’occhio controllo che il fratellino abbia smesso di compiere atti di bullismo nei confronti del mio cane, legato fuori.

– La quinta elementare! – risponde fiero.

– E dove vai a scuola? – replico, curiosa di sapere se è la stessa che ho frequentato io, decenni or sono.

– Alla scuola B. – fa lui.

– Sì! Scuola B. bella, anche zona bella e maestra brava – interviene la mamma, sorridendo. – Non come quella… La C., dove ci sono tanti bambini bachistani che dicono barolacce! La B. è bella scuola, tanti bambini italiani…

Non so cosa rispondere e resto a guardarla stupita. Stupita non per la frase in sé (quante volte l’ho sentita, mille e mille?) ma per chi l’ha appena pronunciata.

"I will survive" di Luca Di Battista

“I will survive” di Luca Di Battista

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Laurea in lettere e prostituzione, un filo diretto 6

Negli ultimi giorni ho letto due (bellissimi e vendutissimi) romanzi che non c’entrano nulla fra loro eccetto per un particolare: entrambi ruotano intorno a personaggi che sono laureati in lettere. E pure orfani dei genitori, per dirvi le disgrazie.

Nel primo libro, una donna con alle spalle ottimi risultati negli studi e una passione per Fenoglio finisce a fare la escort di lusso nel cuore ricco di Milano, il diploma di laurea incorniciato sopra il water.

E la laurea appesa sul cesso di una ragazza che è finita a fare la puttana, insomma… c’è bisogno di andare avanti?

Nel secondo, un giovane insegnante spagnolo viene licenziato e, per uscire dal pantano della disoccupazione, diventa ballerino di strip-tease e poi prostituto, i libri ben ordinati sugli scaffali e una striscia di coca per farsi coraggio.

E che cosa mi ha condotto fin lì? Non la necessità di guadagnarmi da vivere, ma l’assurdo bisogno interiore di non sentirmi disoccupato.

Questo filo diretto tra la laurea in lettere e la prostituzione – che poi s’annoda intorno a lutti, alcol, droga e moltissimo sangue – mi ha naturalmente colpita. E mi ha fatto sorgere qualche domanda… Gli studi in letteratura sono vissuti come l’inizio della fine da tutti o solo da chi scrive per la Sellerio? Com’è che l’assunto studi umanistici = mancanza di prospettive ha fatto di colpo un balzo in avanti, arrivando alla vendita del corpo, oltre che dei sogni? E ancora: ha più possibilità una persona che ha studiato lettere invece di scienze della comunicazione o lingue di cadere in un abisso di prostituzione, sciagure e atti sanguinosi? Dovrei mica fare qualche indagine sulla fine che hanno fatto i miei compagni d’università?

Qualsiasi siano le risposte, siete avvertiti. Ricordatevi della laurea in lettere, quando cercherete l’ingrediente fondamentale per scrivere un best seller che tocchi il tema della prostituzione. (Per quanto mi riguarda, tranquilli: pensavo di continuare a fare la supplente e al massimo abusare di cioccolato extra fondente.)

le mutande di orso bianco

da “Le mutande di Orso Bianco” di Tupera Tupera

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Lui, lei e le favole a rovescio

E così, una domenica di marzo, lei se lo ritrova davanti. Eccoli, allora. Lui e lei, faccia a faccia, a guardarsi con un po’ di onestà.

– Tu, a me, non servi a un cazzo! – gli urla lei, d’un tratto.

– Servire, servire… Ma cosa dici? Io sono quello che tu sei, quello che tu hai fatto e del resto non mi curo – ribatte lui, punto sul vivo delle pagine. Lui è il curriculum di lei, un curriculum piuttosto permaloso, tra l’altro.

– Cazzate! – sbotta lei – Tu mi servi, zuccone, mi servi un sacco… Per quella cosa che si chiama la ricerca di un lavoro, sì sì, non fare quella faccia, ho detto proprio lavoro, sì, lo so che ti suona come un rutto, la parola lavoro, sì, anch’io ormai me la figuro come la scoreggia del mio cane, ma più breve eh, quella di solito rimane nell’aria così a lungo che io nel frattempo ho preso e perso tre lavori…

Illustrazione di FabFunki

Illustrazione di FabFunki

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Sempre così

È sempre così. Sono felice di vederla, ma, appena arrivo, vorrei già andarmene. Mi trattengono le sue storie, che scorrono e scorrono e sembrano non finire mai. Storie che ti immobilizzano e, nello stesso tempo, ti fanno venire voglia di fuggire lontano. Di raggiungere con un balzo il tuo baobab, lasciandoti alle spalle quelle stanze pulite e cadenti, quel quartiere che urla indigenza, quegli occhi lucidi cerchiati di un nero più nero della sua pelle.
M.B. è una signora senegalese in Italia da ventitré anni, con quattro figli di cui uno, il maggiore, in Africa da sempre. È piccola e grassa, indossa chiassosi abiti tradizionali e parla lentamente con una voce che sa di antico. L’ho conosciuta anni fa, in un corso di italiano che tenevo per stranieri disoccupati. Oltre a lei, ricordo di quel periodo un ragazzino inglese, S. I Don’t Understand. Poi Laila nata Fabio che cantilenava in brasiliano. Una piccola signora pachistana completamente intunicata di nero e non alfabetizzata. Una giovane russa molto in gamba e moltissimo saccente. Una signora ucraina mediatrice culturale che non aveva certo bisogno di migliorare il suo italiano. Donne dell’Est in minigonna e uomini indiani tutti in bianco. Un ragazzo moldavo con gli occhi di ghiaccio, determinato a uscire con me.

Siamo noi gli altri, Malamente

Siamo noi gli altri, Malamente

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Tranqui, è finita! 2

Non ce l’hanno fatta, Ronf e Monetino. O meglio, ce l’hanno fatta a farsi bocciare. Come loro, l’amica delle Parlo e Sparlo e la giovine che in storia non riusciva a studiare le pagine giuste. Altri invece sono riusciti a passare con debiti e un esame da affrontare a settembre. Non è facile, in certi casi, decidere chi passa e chi no. Accettare che qualcuno sia o non sia fermato. Io non sono d’accordo! Questa ragazza vive un profondo disagio… No, non possiamo bocciarla! si è lamentato invano il collega di religione. P. promosso, ma vi rendete conto?! P. promosso, ma vi rendete conto?! P. promosso, ma vi rendete conto?! ha invece cantilenato la prof di economia, con uno sbigottimento che, onestamente, ha invaso tutti.

Yael Frankel.

Illustrazione di Yael Frankel

Giuratemi che almeno a settembre li fermiamo, se sono impreparati! ha esclamato la collega di inglese. Certo… le ha mentito qualcuno. Ma come certo! ha protestato la sbigottita di economia, dobbiamo bocciarli ora, quando mai l’abbiamo fatto a settembre! Ti sbagli, ha ribattuto il prof di diritto, mi ricordo benissimo, è successo nel mille novecento e… (altro…)

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Baobea e l’Istituto Nazionale Paghiamo Sempre, ultimo atto

Baobea, dopo la parentesi perugina, tornò all’Istituto Nazionale Plop Scrasch, munita di nuovi documenti ARSS (Anti Reiezione Sfortunato Sussidio). Prima, però, fece tappa alla copisteria sotto casa, quella gestita da due tali che di nome fanno gli Sballati. Quando gli Sballati incontrano la Stordita è un bel guaio, si rischia di uscire con molte fotocopie ma non con quella più importante. Quella che di sicuro vorranno all’Istituto Nazionale Plinplong Sigh, quella che alla fine gli darai l’originale. Comunque.
Entrata, come di consueto, dalla porta laterale della caverna del tesoro, Baobea capitò subito su una faccia familiare… Ma certo! Riecco Spiazza l’Impiegata!
– Dica, signora.
– Buongiorno, vorrei consegnare i documenti per il riesame della mia domanda di disoccupazione…

(Spiazza si fa subito battagliera e sibila) Ma chi gliel’ha chiesto, scusi?!
– Ehm… (Baobea è spiazzata) Lei?
– Ah! Ecco! Mi sembrava di averla già vista! Bene bene… Sì, lasci pure a me. Vediamo… Ma qui manca un documento!
(parentesi Copistai Sballati)
– Bene, abbiamo finito… Questo è il protocollo del riesame. Stia tranquilla, signora, se lei ha diritto al sussidio, lo avrà. L’INPS è qui per pagare, non viceversa!
Simpatica, alla fine, la Spiazza, pensò Baobea uscendo dall’Istituto Nazionale Paghiamo Sempre. Poi salì sulla sua scaletta, verso le nuvole e il baobab.

Tra le nuvole di André Neves

Tra le nuvole
di André Neves

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Baobea e l’Istituto Nazionale Poco Seri, atto II

Baobea non poteva immaginare che sarebbe stata lei a rinunciare al sussidio, subito dopo averlo conquistato. Eppure andò proprio così. Ci mise due mesi e moltissime pene per ottenerlo. Ma quando lo ebbe, a settembre inoltrato, ecco che arrivò un piccione viaggiatore, nel becco una proposta di lavoro. E che lavoro! Mezza cattedra alle medie fino ad avente diritto, là sui monti con Annette. Baobea non ci pensò troppo (sarebbe stato un vero azzardo, con tutti quei contro…) e scrisse a Scorbuta l’Impiegata Senza Cervello che poteva anche tenerselo, il maledetto sussidio.

l'odiosa regina

L’odiosa regina
(parente di Scorbuta)
di Benjamin Lacombe

Fece fagotto, salutò Gianpazienza, montò sulla sua vettura e via. Seconda mucca a destra, questo è il cammino che fece. Lassù, il paese di Annette, con Ugo, i gemelli Emme, Alice nel paese delle meraviglie e tanti altri nani alpini. Grazie ad Annette, imparò a superare i camion, a portare al pronto soccorso autostoppiste in menopausa scosse da vampate, ad accendere la stufa a legna, a sopravvivere all’autunno angoscia e alla guerra dei tortelli in mensa. (altro…)

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Baobea e L’Istituto Nazionale Penosi Sospiri, atto I

Questa è la storia di Baobea, costretta a scendere dal suo baobab per sfidare l’INPS, Istituto Nazionale Pazzi Sclerotici. No, dev’essere Istituto Nazionale Polli Scorbutici… O Poveri Somari? Pane e Salame? Puoi Sognare? Baobea non ricorda più. D’altronde, non servono le sigle là sul suo baobab.

baobabComunque.
Un giorno d’estate, come di consueto, il suo contratto terminò, ma ecco che qualcuno le disse: Prova a controllare, forse quest’anno hai diritto al sussidio di disoccupazione... Baobea sorrise, pensando: Allora è stata una fortuna fare la trottola per le cooperative e nuotare tra i pericolosi pesci meccanici! Subito dopo, però, Baobea avvampò d’imbarazzo: sul suo baobab non ci sono distinzioni tra disoccupati di serie A e disoccupati di serie B, tra chi può sperare in un sussidio e chi non ne ha i requisiti. In ogni caso, decise di informarsi e si recò alla caverna del tesoro. Apriti sesamo! esclamò all’ingresso, ma niente, la porta era guasta. Entrò da un lato della caverna, un po’ delusa. Dentro, lo stupore! Decine di persone che ponevano la stessa domanda alla stessa impiegata, seduta accanto a un cartello che avrebbe potuto rispondere a ogni quesito, fosse stato guardato. Un ottuagenario che interpretava una sceneggiata molto napoletana e forse gustosa, non fosse stata la sua pensione il tema. Un tale in tunica bianca che passava il cellulare a una dipendente dicendo Parla te a capo, poi donne panciutissime, donne col passeggino, persone di fretta, persone furenti rassegnate indifferenti. Baobea attese e attese, poi chiese allo sportello sbagliato. Trovò infine Perplesso l’Impiegato, che le disse: Lei non ha i requisiti, però vediamo, forse sì, ah sì, ce li ha. (altro…)

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Il mio amico badante

Mentre corro, la mattina al parco, tutt’intorno la gente gioca si allena piscia cani. E mentre il mio corpo fatica e la mia testa vaga tra ozio e vacanze, lo vedo. Ha ventidue anni, l’Africa nel cuore e sulla pelle, e tre anni di vita lombarda. Non è solo. Sorregge un nonnino malato di Alzheimer, il suo nuovo paziente. Lo fa camminare, piano piano. Il ragazzone nero e il vecchierello bianco, insieme, un passo dopo l’altro, avanti e indietro. Poi la panchina e piccoli lanci con la palla, per allenar le mani. Per un attimo il giovane si distrae e fa qualche palleggio, che alcuni anni fa, in Francia, giocava in  serie D. Eccoli di nuovo in piedi, a braccetto, un passo lento e un calcio alla palla, un passo lento e un calcio alla palla, e ancora e ancora. Poi sulla panchina il nonnino tutto curvo tira il fiato. Più tardi, la carrozzella e il ritorno a casa. L’anziano sarà aiutato a mangiare, a camminare, a riposare, sarà pulito, cambiato, accompagnato. Notte e giorno. Per il giovane, sarà forse fatica forse noia. Ma di sicuro giocherà con i suoi sogni. Li conosco io, i suoi  sogni. E so della sua determinazione, che gli ha fatto portare a termine obiettivi e conseguire titoli, da solo in un Paese estraneo, «perché io sono un grande ragazzo e ce la posso fare». Ce l’ha fatta anche ad accettare che in classe nessuno voleva mai sedersi accanto a lui. Lui che a me tuttora chiede: «Ma davvero la gente qui ha ancora paura dell’uomo nero? Ma faccio paura, io?» Eppure so che ora è contento. Dopo tanto cercare, dopo lavori in nero, dopo il volontariato, le attese e i curricula in tutto il Nord Italia, adesso ha un buono stipendio e un buon lavoro. E se è un po’ duro poco importa, è più duro non averlo, il lavoro, sostiene lui.

Lo chiamo. Si volta. Sorride. «Salut Beatriiis! Lui è il mio paziente… Ma hai già finito?». Ride. Poi torna serio: «E gli esercizi, non li fai?». È un tipo preciso, il mio amico badante. Mi tocca pure fare stretching.

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