carne


8. Lascia stare

Un giorno, ho deciso che sarei diventata ufficialmente, completamente vegetariana. Bisogna saper scegliere ( in tempo, non arrivarci per contrarietà ), mi sono detta.

Così ho smesso del tutto di mangiare carne e ho cominciato a sognare bistecche. Davvero. Mi svegliavo e avevo voglia di bistecca. Era mattina, non avevo ancora fatto colazione e volevo una bistecca. Disastro! Improvvisamente, l’idea di non mangiarne più nemmeno un angolino di tanto in tanto mi sembrava insopportabile.

Cos’è, sono in astinenza? – mi chiedevo, allarmata – Ho una dipendenza nei confronti della bistecca? Perché, poi, la bistecca? Avrei capito di più il pollo del mercato… La bresaola… Gli spaghetti allo scoglio… Perfino quello strazio di gallina ripiena! Ma perché la bistecca, cazzo?!

Ho confidato i miei travagli al tipo strano, che ha dichiarato, deciso: “Se devi stare così, lascia stare”.

Ho lasciato stare.

 

 


5. Tra noi non funzionerà 2

Insomma, fino a un certo punto, io amavo mangiare la carne e il pesce. Poi è arrivato lui. Sì, proprio lui!

Quando, in qualche giro insieme, giungeva fino al nostro naso aria di carne, io dicevo, d’allegrezza piena: “Mhmm, buono!” e lui diceva, con pacata gravità: “Sento odore di cimitero”. Quando si avvicinava l’ipotesi di una grigliata, io mi leccavo i baffi e lui tirava dritto.

Proprio un tipo strano, Gianpazienza.

La prima volta che mi sono detta tra noi non funzionerà è stata quando ho visto mio papà, come di consueto a Natale, indossare i guanti e preparare i suoi strumenti da chirurgo per aprire, svuotare, imbottire, ricucire una gallina ruspante.

Tra noi non funzionerà, ho pensato, perché lui non mi cucinerà mai a Natale una gallina ripiena.

 


4. Un profumo pazzesco 2

D’un tratto, ho capito: la carne, per piacermi davvero, non doveva ricordarmi l’animale di cui era stata parte. Ad eccezione del pollo, che poteva anche essere intero. Nella mia testa c’erano infatti due categorie distinte di polli: i polli vivi nel pollaio, durante le passeggiate in montagna, e quelli arrosto in tavola, il sabato a pranzo. Mi piacevano entrambi. I primi erano chiassosi e simpatici, i secondi avevano un profumo pazzesco.

Anche le mucche al pascolo mi piacevano. Da bambini, nelle giornate d’estate, io, mio fratello e i nostri due inseparabili amici di gite le incontravamo spesso e una volta abbiamo provato pure a cavalcarle, ma non ricordo com’è andata a finire. Un’altra volta abbiamo tentato di mungerne una, ma io ho smesso subito perché stringerle la mammella mi faceva un po’ schifo.

Chissà dov’era, il suo vitellino.


3. Puntare tutto sulla polenta

Per via di quell’appetito apparentemente implacabile e del motto paterno non puoi dire “non mi piace” se prima non l’hai assaggiato!, ho mangiato carne di diversi tipi e mai che visualizzassi l’animale da cui era stata ricavata. Al massimo ragionavo sul suo gusto e sulla possibilità di fare il bis.

Un giorno, ho mangiato la polenta con gli uccellini, ché dalle mie parti si usa così, ma gli uccellini avevano una tale aria da uccellini che ho preferito puntare tutto sulla polenta.

Una sera, grazie al mio coinquilino francese, ho assaggiato le rane, dal rassicurante sapore di pollo, e per far piacere a mia nonna qualche volta mangiavo le lumache in umido, così terribilmente viscide. Mi piaceva la carne un po’ selvatica di coniglio e pure quella di cavallo. Il petto di pollo al latte e il panino con la salamina.

Non mi piaceva invece staccare la testa ai pesci, che avevano quegli odiosi occhietti neri immobili, e litigare con le lische.


2. Tra i piatti più significativi

Tra i piatti più significativi della mia infanzia, ricordo: gli strozzapreti con salsiccia in un ristorante nell’entroterra romagnolo, la faraona arrosto o la gallina ripiena a Natale, cotechino e lenticchie a Capodanno; in pizzeria la capricciosa, a cena il salame nostrano, ma solo una fettina. Con gli zii, qualche volta, la fondue bourguignonne.

Piatti significativi perché avevano il sapore di un rito familiare.

Non che mangiassimo solo carne, in famiglia. Anzi. Mio papà aveva una relazione amorosa con l’insalata riccia, mia mamma si faceva giganteschi piatti arcobaleno e io e M. eravamo quel tipo misterioso di gemelli che si mostrava entusiasta perfino davanti a un cavolfiore. Avessimo potuto scegliere, però, ci saremmo nutriti esclusivamente del nostro gelato del cuore: la mattonella.

Avevamo una dieta onnivora. D’altronde, mangiare un po’ di carne è normale, naturale, perfino necessario… O no?

 


1. Eccetto le barbabietole

Fino ai trent’anni circa amavo mangiare la carne e il pesce.

Mi piacevano soprattutto lo speck dentro il pane di segale, la bresaola con il limone, il filetto al pepe verde che cucinava mio papà, il pollo arrosto del mercato, la zuppa di pesce fatta in casa e le cozze, in particolare quelle gustate dopo una giornata al mare.

In realtà, amavo mangiare quasi tutto, eccetto le cipolle crude e le barbabietole cotte.

Non ero l’unica, in famiglia, a mangiare quasi tutto: io e M., da piccoli, eravamo quel tipo affamato di gemelli capace di contare quanti gnocchi aveva ciascuno nel piatto per non rischiare la fregatura (e subito dopo il primo boccone spalancare la bocca per mostrarci reciprocamente un incidente in galleria); quel tipo di gemelli il cui appetito, apparentemente implacabile, costava alla loro genitrice battute del tipo: “L’anno prossimo l’abbonamento alla mensa lo paghi per quattro, eh?” E sì che in mensa, alle elementari, il menù tipico era: pasta al pesto più scotta che cotta, nasello insipidello, piselli poco belli. Ma a noi sembrava tutto buonissimo.