Una grande fortuna


La mia scuola, dicevamo, è popolata da giovani con il coltello in tasca e la bocca piena di prepotenza, da diciottenni soli con la pancia vuota, da teste ingolfate da una fede ottusa.

La mia scuola è questo ma non solo, e io la mattina sono contenta di varcare la sua soglia (di bussare alla sua soglia: le porte sono chiuse se non dalle 7.55 alle 8.05, prima e dopo i bidelli aprono a propria discrezione).

Sono contenta perché sapere di trascorrere nello stesso luogo un anno scolastico senza interruzioni né incertezze mi dà una sensazione di tranquillità a cui non sono abituata.

Sono contenta perché avere per nove mesi uno stipendio da insegnante mi regala un senso di clamorosa agiatezza, un’agiatezza che ha sconvolto me e pure l’impiegata in banca (Ho visto che adesso hai un’entrata fissa… Bene, brava!)

Sono contenta perché la scuola è così vicina a casa che prendere l’auto non ha senso. (Più della mia contentezza per la sospensione delle trasferte, si segnala il respiro di sollievo di (non necessariamente in quest’ordine): Gianpazienza, mio papà, gli automobilisti tutti.)

Oltre alla stabilità, l’agio e l’eco-trasporto, che basterebbero da soli a farmi arrossire di giubilo, io a scuola vado per fare il lavoro che ho scelto e che mi piace: questo sì che è un vero privilegio!

Ma c’è di più. Quando riesco, dopo tanto bussare, a varcare la soglia della scuola sono invasa dal buon umore. Intorno a me,  chiassosa e buffa giovinezza, in un’esplosione di pigmenti e tratti e accenti diversi. È come fare un viaggio, nel giro di un corridoio, tra tutti i continenti, con un soggiorno un po’ più lungo in Punjab (per conoscere La Grande Famiglia Singh, come la chiamano i compagni) e in Africa Nera. E siccome la cosa più bella che ci sia, si sa, è viaggiare, come non sentirsi fortunati a poter fare il giro del mondo in ottanta passi?

girodelmondo

Certo, non tutti sono d’accordo. Noi non andiamo in Africa per stare alla larga dai selvaggi e dobbiamo ritrovarceli in classe??! tuona un collega in sala insegnanti, con un accento che, a voler essere pignoli, rivela un’origine piuttosto vicina, a livello geografico, all’Africa.

Certo, l’altissima concentrazione di stranieri – in una scuola che rappresenta l’ultimo gradino dell’istruzione e accoglie, da sempre, soprattutto i figli del disagio – puzza, purtroppo, di ghetto. E questo mette pochissimo di buon umore. È una scuola dove gli studenti sono lontanissimi dagli studenti che siamo stati io e i miei compagni di liceo. Sono giovani che fanno i giardinieri nel weekend oppure prendono molti autobus per andare ad aiutare, per qualche soldo, i bambini di una famiglia di connazionali benestanti a fare i compiti. Fanno i lavapiatti nei bar chic della città, il sabato lavorano al mercato, e magari, dopo scuola, vanno a seguire altre lezioni, perché devono ancora prendere la licenza media. Fanno da mangiare tutti i giorni, a quindici anni, ai fratellini e al padre causa madre assente; oppure non fanno mai da mangiare, ma comprano cibi già pronti perché i genitori sono lontani; oppure vorrebbero fare da mangiare, ma non hanno più i soldi per la spesa; oppure hanno i soldi per mangiare, ma si sono disabituati a farlo con regolarità e non hanno più fame e sono molto, molto magri. E così all’infinito.

Sono ragazzi che guardano film o serie tv tutta la notte perché sono a casa senza genitori e senza regole; oppure chattano giorno e notte ininterrottamente, perché gli insegnanti hanno perso la battaglia contro i cellulari in classe, perché i genitori, se ci sono, di notte dormono.

Sono giovani che, purtroppo, non saranno adulti migliori della cioccolataia razzista del centro: anche loro sono spesso intolleranti e moltissimo ignoranti (qualcuno, per favore, avverta la cioccolataia lombarda che ha qualcosa in comune con i negri che insudiciano la sua città). A differenza sua, però, loro hanno la nostalgia negli occhi e nel cuore della propria terra, una terra che, se avessero potuto scegliere, non avrebbero certo abbandonato a metà dell’infanzia o dell’adolescenza.

Le cose stanno così. Stanno male, direi. Ma – canta Grégoire – abbiamo tutti lo stesso sole e la stessa luna sui nostri sonni e abbiamo tutti una mano da tendere… Io, ve lo dico, tendo poco volentieri la mia mano alla cioccolataia razzista, ma sì, abbiamo tutti lo stesso sole. Abitiamo nello stesso Paese, magari nella stessa città, anche se è facile non vedersi, divisi come siamo in classi, interessi, ingiustizie. Abbiamo tutti la stessa luna e io ho pure questa supplenza, che è una grande fortuna.

P.S. Gianpazienza, invece, si accontenterebbe di dormire in pace, ma non è che si può esagerare con la buona sorte…

– Bzzz… Bzzz…

– Ehi, dormi?

– Mmmh…

– Senti cosa mi ha detto un mio studente senegalese oggi… I negri sono nati prima e quindi i bianchi che sono arrivati dopo sono più intelligenti, ma noi ci riprenderemo tutto perché chi è arrivato prima non può perdere...

– …

– Oh! Hai sentito?

– Ooooof…

– Ma secondo te, esattamente, cosa voleva dire? Che i resti dei più antichi ominidi sono stati trovati in Africa e quindi…

– …

lasciami dormire

P.P.S. Che poi, anche a colazione, ormai Gianpazienza mi evita.

– Buongiorno, amore, ma tu credi che nel Corano ci sia scritto davvero che bisogna ucciderli i gay?

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