Tra un coltello e un trapano, il Promemoria


Qualche giorno fa, appena uscita da scuola, m’imbatto in una rissa tra studenti nella via parallela all’istituto. Mi avvicino e capisco che è appena finita, individuo uno degli studenti coinvolti, nerboruto e parecchio agitato, e vengo a sapere il nome degli altri due, già scappati. So benissimo chi sono, uno è lo stesso con cui tempo fa ho avuto uno scontro veramente (veramente) acceso, terminato con la sua sospensione. L’altro coinvolto è il suo inseparabile compare (in via di sospensione).

Tre le cose che più mi hanno colpito dell’episodio: tutti quelli che si sono avvicinati al ragazzo nerboruto per calmarlo o incitarlo avevano il suo stesso colore di pelle; mezza scuola ha assistito allo spettacolo, il cellulare in mano per filmarlo; la postina, altra (suo malgrado) spettatrice, mi guardava come fossi una marziana, mentre diceva: Ah quindi lei è una professoressa della scuola… I carabinieri sono stati avvertiti, ma ormai… Quelli arrivano sempre quando è finito tutto… Comunque io non la invidio, io proprio non la invidio, no no, io davvero non vorrei essere nei suoi panni. Auguri, eh!

Il giorno dopo, questiono il nerboruto, in quel momento intento a creare dei biglietti d’ingresso per una festa che si terrà prossimamente in periferia (Black Soul, dice il biglietto). Calmo, mi risponde con un discorso che si potrebbe riassumere in: io non rompo i coglioni a nessuno, ma se qualcuno li rompe a me, io lo meno. Voilà.  Tra l’altro, farsi menare da lui, tutto nerbo e arti marziali e processi alle spalle, non è mica una robetta da nulla. Io e papa Francesco, per dire, ci penseremmo bene prima di dirgli una parolaccia contro la mamma.

fight churchIl ragazzo mi racconta poi che il suo avversario nella rissa si è fatto male e che il suo inseparabile compare è intervenuto tirando fuori un coltello. (Alla parola coltello, naturalmente, io sono svenuta). Ha anche aggiunto che lui non ha paura delle coltellate.

Più tardi, ho domandato agli altri due rissosi se fossero impazziti. Uno ha fatto finta di non capire, l’altro, che chiameremo I’m The Boss, mi ha detto con la faccia sbucciata ma sorridente: Tranqua, profe, io lo ammazzo (Ma lui dice Vecio, ti ammazzo – Vecio, ti uccidoVecio, ti brucio con la stessa frequenza con cui il mio cane scoreggia, non so se mi spiego).

Il giorno dopo, arrivo nel laboratorio dove fanno lezione con un pacchetto di fotocopie. Mi accorgo, delusa, che i due non ci sono. Qualche minuto, però, ed ecco che farà il suo elegante ingresso I’m The Boss: Scusi profe, ma c’erano i controllori sull’autobus, erano in quattro quei figli di roia e racconta a me e al collega con cui faccio compresenza un’intricata vicenda che si conclude – assicura il ragazzo – con i controllori che, anziché farlo scendere, sono fatti scendere da lui.

Quando si zittisce sul fronte trasporti, apre il capitolo intitolato Ieri ho fatto serata (la macchina del mio socio… Tre bombe, il Jack Daniel’s, tanta erba, l’inseparabile che se non è venuto a scuola è perché sta ancora vomitando…).

Quando si zittisce di nuovo, ne approfitto per annunciare pomposamente che i primi minuti di ogni nostro incontro, da qui all’eternità, saranno dedicati a un Percorso di Educazione alla Nonviolenza. Ad ogni tappa, una breve lettura, seguita da riflessione. (Mi guardo intorno: ho detto lettura, ho detto riflessione e nessuno ha fatto un cenno o un verso o un rutto di protesta. Proseguo commossa.)

Allora, ragazzi, oggi inziamo con il “Promemoria” di Gianni Rodari. Sapete chi è Rodari? Silenzio, ascoltate!

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

– “Guerra” intesa anche come “violenza”, hai capito I’m The Boss?

– Ma ciao, profe! A me piace stratanto la guerra, ma ciao, io se c’era la guerra qui ero stracontento… A lei non piace il sangue, profe? (Alla parola sangue, naturalmente, io sono svenuta). Ma lo sai che il tipo dell’altro giorno se è ancora vivo è grazie a me, perché il mio socio… Una pistola, figa… (Impossibile riportare il seguito: alla parola pistola sono morta stecchita).

– Ma insomma! – ho esclamato, una volta resuscitata – Che cosa racconti poi?! Perché non provi a sfogare la tua aggressività in qualcos’altro, chessò vai a correre! Gioca a calcetto! Vai in palestra!

– In palestra? Io??? Ma ciao! Guarda profe che noi non siamo mica come gli italiani, che per farsi i muscoli figa devono pomparsi in palestra, a noi basta mangiare e dormire e guarda che fisico che abbiamo… Noi non siamo mica come gli italiani, noi dormiamo e mangiamo e i muscoli… Ma ciao!

braccio di ferroA quel punto, ho pensato di chiedergli se questo mistero dell’aumento dei muscoli durante il sonno avesse mica delle ripercussioni sullo sviluppo del cervello, ma ho preferito replicare pomposamente che alla fine del nostro Percorso di Educazione alla Nonviolenza sarebbe stato di tutt’altro avviso.

– Comunque profe – mi consiglia uno studente – lei non deve entrarci in questa storia che hanno fatto rissa, non è una cosa per lei inchilà, per noi invece è normale.

– È una storia finita, in ogni caso, vero?

– Sì – mi risponde I’m The Boss.

– No – replica un compagno. – Quello che ha visto era il trailer… Il film deve ancora uscire.

Grasse risate. Poi I’m The Boss si alza:

– Oh vecio, guarda, mi faccio un selfie – dichiara, impugnando un trapano.

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