Giacomo d’India


L’Istruzione Adulti non è solo un gruppo di donne fantastiche, è anche una piccola minuscola classe, due sere alla settimana, in una scuola che si affaccia sul traffico della provinciale, da un lato, e sul rumore del fiume, dall’altro. In questa piccola minuscola classe c’è anche lui, ragazzo indiano quasi maggiorenne, da due anni in Italia. Appassionato di cricket e di Bollywood, dopo gli studi sogna di aprire un negozio di frutta e verdura.

Illustrazione tratta da “Non piangere, cipolla” di Roberto Piumini e Gaia Stella

Benché semplice da pronunciare e indossato pure da un famoso artista americano, il suo nome non risulta comprensibile alle signore anziane con cui, di tanto in tanto, gioca a bocce nel piccolo paese montano dove abita. Le signore anziane dei piccoli paesi montani, però, sono piene di risorse, così il ragazzo è stato ribattezzato senza tante storie Giacomo.
Giacomo d’India ha ancora difficoltà linguistiche (no parole capisco bene: io confiuso, profe) ma è molto moltissimo motivato e viene a scuola con sorprendente gioia e una sana urgenza di imparare. D’altronde, a casa noioso, profe e sempre profe domanda e mai una volta che io capisca la domanda al primo colpo.
È amico del compagno di classe pakistano perché cinque diti non è uguali e non tutti pakistani cattivi: io sempre rispetto e va d’accordo pure con la signora italiana sua compagna di banco, anche se un giorno mi ha confidato: Lei detto cento parole, io capito uno. Ogni tanto mi insegna qualche utilissimo termine in punjabi (ora, per esempio, so che passi nella sua lingua si dice palanca) oppure mi questiona sull’attualità: Io visto presidente Mister Bean basta, cambiato mi ha detto circa tre mesi fa. Poi ha aggiunto: Anche cambiato presidente Nuova Zilanda e sua moglie lasciato lui.

Pur frequentando la scuola la sera, Giacomo si sveglia presto la mattina: solleva pesi e fa flessioni, ché vuole diventare fortissimo, beve latte con mandorle e poi studia per la patente. 10 schede al giorno, 300 schede in un mese: questo è il piano per passare l’esame ed è un piano molto ambizioso, essendo il lessico stradale specialistico e la sua competenza linguistica ancora traballante. Così il suo diventa un impegno ciclopico di traduzione, ma tant’è: nessuno nella sua famiglia ha la patente, nemmeno il padre da dieci anni in Italia, e lui è deciso a cambiare le cose, è animato da piccoli grandi progetti e ha una formidabile fame di miglioramento. Con la patente, mi spiega, accompagnerà la madre a fare la spesa, riuscirà a raggiungere il tempio sikh e il campo di cricket, inaccessibili da casa sua con i mezzi pubblici, e potrà in futuro guidare il suo furgone di frutta e verdura.
Per poter portare avanti i suoi progetti, qualche volta Giacomo mi coinvolge perché vuole essere sicuro di riuscire a farsi capire dalle persone con cui si confronta, che siano il medico, il bibliotecario, il padrone di casa.

Illustrazione di Mateo Dineen

Allora io gli scrivo sul quaderno frasi come:
Buongiorno, vorrei un prodotto per curare l’acne.
Buongiorno, vorrei prenotare il dizionario italiano-punjabi.
Buongiorno, mio padre ora lavora meno e ha uno stipendio più basso, così noi…  
Poi lui legge e rilegge e impara a memoria. Non che sia sempre facile, eh…
Noi poteremo permerci un afito più basso.
– Giacomo, pronuncia bene: potremo permetterci.
– Sì, poteremo permerci.
– No! Potremo permetterci!
Poteremo permerci.
– …
– Giusto, profe?
– Dammi il quaderno, dai… Ora rileggi: noi abbiamo bisogno di un affitto più basso.
– Grasie profe, abbiamo bisogno più facile!

Quando sorride, dicendomi grasie profe, grasie. I feel happy, anch’io sorrido e penso che tutti dovrebbero avere un Giacomo d’India un poco confiuso nella propria vita. Un Giacomo che non si chiama Giacomo, che sogna di fare il fruttivendolo e, nell’attesa di poter indossare la sua uniforme di cricket su un campo lombardo, gioca a bocce con le signore anziane in un piccolo paese montano.

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