Sono dentro 2


Era un venerdì quando mi hanno chiamata dalla segreteria della scuola a cui avevo dato la disponibilità per un incarico di insegnamento in carcere. Non ho potuto rispondere subito, alle prese com’ero con un angolo di dente da limare (mai giocare con un cane-torello se si tiene all’integrità degli incisivi!) e con un canino un poco consumato da rimettere in sesto (c’è chi consuma i calzini e chi i canini, eh).

Comunque.

Appena uscita dallo studio dentistico, ho richiamato la scuola, fermandomi di fronte a una finestra vista Simply a guardare la pioggia senza davvero vederla. Fantastico! ho esclamato al segretario piuttosto stupito quando mi ha informato che erano arrivati a me nello scorrimento della graduatoria. Mancavano pochi minuti all’una e d’improvviso eravamo davvero felici, il segretario ed io. Lui per aver finito prima di pranzo la caccia al supplente per un posto non esattamente ambito, io perché ero alla ricerca di un completamento all’incarico che avevo già in un altro istituto. Ma non solo! C’è sempre una parte di me che va pazza per le esperienze nuove in posti non esattamente ambiti. Quando questa parte di me curiosa e festante si acquieta, però, di solito subentra il panico.

In effetti, stava ancora piovendo, quel venerdì, quando mi è preso il panico. Ma come sarà insegnare in carcere? E com’è il carcere? Carcere… Ma cosa ho fatto? Come ho potuto?!

Pioggia e panico.

“Un grand jour de rien” di Beatrice Alemagna

Le cose poi sono andate così.

La mattina del primo giorno esco con largo anticipo, che per le persone perbene è la normalità e per me chiaro segno di smarrimento, e sono costretta a fermarmi a metà strada a lasciar scorrere il tempo. Un conto è attendere in aula insegnanti, un altro nell’atrio di un carcere, mi dico. Incerta se entrare in un bar, rifletto a lungo sull’azzardo, a livello intestinale, di aggiungere il caffè al panico. Siamo cauti, niente caffè.

Riparto.

Cancello, parcheggio, piccola discesa, facciata verdognolo punitivo, porta d’ingresso: sono dentro. Attendo una collega che mi guida nella prima trafila di accesso: controllo documenti, badge da esibire, chiavi dell’armadietto dentro cui depositare tutto tranne i libri, le penne, il registro (cartaceo: la scuola in carcere si muove sui binari lenti di un’altra epoca). In tasca nascondo dei cracker (ci sarà pure qui la ricreazione, no?) e in mano ho la mia inseparabile borraccia, che nelle settimane successive mi costringerà a un improvviso dietrofront: un agente di grado superiore a quelli incontrati fino a quel momento mi rispedisce dalle aule all’ingresso per depositare la borraccia e comprare una più innocua bottiglietta d’acqua: trasparente perché sia visibile il contenuto e di plastica per non poter essere usata come arma. Tranquilla, è che oggi hai beccato 007…, mi rassicura sorridendo un altro agente, aprendomi la prima di mille porte.

Ed è per via di una borraccia e di un tale con licenza di uccidere che scoprirò che in carcere vigono regole diverse a seconda di chi si incontra: c’è chi vede e chi fa finta di non vedere, chi si attiene al regolamento e a chi al buon senso, chi si prende terribilmente sul serio e chi è più flessibile. Come a scuola, insomma (e proprio come a scuola, nei bagni non c’è mai la carta igienica) (però a scuola non si può fumare neanche in cortile, qui gli agenti fumano in corridoio e i detenuti in bagno) (un bagno con sbarre alle finestre e porte senza maniglie, tra l’altro).

“Love what you do” di I love doodle

Comunque.

Quel mio primo giorno sarà denso di piccole grandi scoperte, che col passare del tempo si faranno sempre più nitide. Vorrei raccontarvele subito, ma ormai è assodato che, con l’avvento dei new media, il fruitore è costretto a dedicare un tempo ridotto a ciascun contenuto. È calata la soglia di attenzione.

Insomma, cari internauti che avanzate lesti tra le righe della rete, la lettura per ora termina qui. Non vorrei che vi calasse la palpebra, oltre che l’attenzione. Voglio, però, rassicurarvi: il panico da debuttante si è sciolto nel primo quarto d’ora e sì, ho ricominciato a bere caffè e a uscire di casa con la mia rassicurante ansia da ritardo.

Illustrazione di Eva Montanari

P.S. Vi ho già parlato di Matteo Caccia e della venerazione che io e la mia amica Laura nutriamo per lui e le sue storie. Qui una puntata dedicata al carcere: imperdibile!

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2 commenti su “Sono dentro

  • diarista

    Io ora aspetto con ansia nuove puntate su questa nuova esperienza!
    E nel frattempo…se ti capita leggi La fortezza di J,. Egan, che non solo è una che scrive da dio, ma insomma…ecco…mi è venuta in mente. 🙂

    • dicebeatrice L'autore dell'articolo

      Grazie del suggerimento, ho appena prenotato il libro in biblioteca… Ti farò sapere. 🙂
      A presto per nuovi aggiornamenti!