Tra la sveglia e Petrarca, i papaveri


L’altra mattina, dopo una notte di sonno breve, non volevo credere alla sveglia, alla scuola da raggiungere, alla lunga giornata davanti a me. Allora in auto ho fatto il gioco delle osservazioni. Che sarebbe: guardarsi intorno e registrare ciò che si vede, rasserenarsi spostando l’attenzione su altro da sé.
Giro la chiave, pronti, via!auto osservatriceUomo orientale seduto sopra lattine imballate, di fronte al portone chiuso dell’università. Attende. Il suo camion delle consegne è parcheggiato ad occupare quasi interamente il vicolo.
Omini arancioni già al lavoro, dentro il cantiere che blocca l’accesso alla piazza. Ma quante settimane ci vogliono per riparare una tubatura saltata? Lavoratori in sciopero sistemano bandiere rosse Fiom, che sventolano arrabbiate, a destra e a sinistra del viale.
Raccordo, tangenziale, raccordo, altra tangenziale, uscita. I papaveri! Mia nonna rivive in ogni papavero che incontro. Io ero la sua paperina. La bellezza dei papaveri! Crescono liberi dove gli pare, sul ciglio di una strada triste, dentro un campo o un’aiuola di una noiosa rotonda. Incantano anche gli operatori giacca fluo, che ho visto tagliare l’erba senza toccare gli alti ciuffi rossi.

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Fabbriche, capannoni, ipermercati. Grosso camion davanti a me. Sparisci, camion,  sparisci… Il camion svolta a sinistra ed è inghiottito in uno stabilimento.
La pubblicità gialla di un lontano McDonald’s, un vivaio, poi tutte le soluzioni di arredo per esterni. La campagna! Lunga piatta campagna. Per i prossimi venti minuti, sempre dritto eccetto lieve svolta a sinistra. E un milione di rotonde.
Ingresso nel paese che precede la mia meta. È il mio tratto preferito. Si imbocca una breve galleria di alberi, solo spesse pareti verdi e un pezzo di cielo. In fondo, un semaforo sempre rosso. Ai lati, fermate dei bus e moltissimi studenti. Di solito c’è una corriera che carica i ragazzi, mentre gli automobilisti tutti – ci giurerei – fissano il semaforo pronti a scattare: hanno pochi istanti per immettersi prima della corriera, che però li frega sempre (è lenta, sì, ma potente di stazza). Bisogna stare attenti, in questo punto. C’è sempre qualche pedone che attraversa a caso (rispettare i segnali stradali a diciassette anni, si sa, è da sfigati).
Una corta salita, solo un momento per osservare la campagna dall’alto e di nuovo giù nel rettilineo. Piccolo batticuore alla vista dell’impavido ciclista indiano. Sogno una pista ciclabile per tutti gli smacchinati del mondo, che pedalano e sudano e rischiano pure di essere falciati.

pericoli
L’ultima rotonda prima dell’arrivo.
L’arrivo.

Buongiorno profe!
Zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz zzz…
Arrivederci profe!
Sì sì, era la classe dello squash.

Con i Senza Filtro, si discute. Meno male.
Questa poesia è inquietante, profe. Io non leggerei mai una poesia così, cioè l’ho letta ma perché me l’ha detto lei, cioè io in generale non leggerei mai poesie… Perché? Perché le poesie sono insulse… (Eh vecio, prendimi un tè alla pesca!) (Monetino si è distratto dall’arte poetica, un compagno ha chiesto di andare in bagno) (Oooh, mi stai scartavetrando i testicoli!) (Mica tutti hanno voglia di fare tappa alle macchinette, povero Monetino)
E ancora.
Petrarca non mi piace! È un moralista! (Come moralista? La Parlo e Sparlo saprà il significato di moralista?) E poi tutti hanno i loro problemi! Perché io dovrei studiarmi quelli di Petrarca? Comunque preferisco Boccaccio, mi sa.
Ah.

E io? Non so. Forse preferisco un papavero.

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