Amica garzetta


Come spesso mi capita nei primi mesi dell’anno scolastico, sono ammutolita. Troppo occupata a sopravvivere: prima allo spaesamento iniziale, poi allo svolgersi rapido e denso del primo trimestre nell’istituto tecnico industriale dove sono in servizio. Ma come? Non ero tra piccoli e adorabili individui?!

Ebbene, signore e signori, quattro giorni è durata la mia supplenza alle medie! Cinque, contando la domenica. Poi sono tornata alle superiori, con un corposo contratto fino al 30 giugno (corposo all’apparenza, ché ho cominciato a ricevere lo stipendio a metà dicembre).

E sì che era bastato un attimo per individuare i lati positivi del mio incarico tra preadolescenti cittadini e formulare il seguente pensiero: io qui resterei volentieri tutto l’anno. Errore! Mai dimenticarsi della legge di Murphy dei supplenti, che recita:

Se vuoi restare in una scuola, finirai in un’altra.

Così, infatti, è stato. In un primo pomeriggio settembrino è arrivata un’altra chiamata (chiamata in cui, siamo onesti, ho interpretato in modo esemplare il ruolo della svitata… Ma questo, lo sapete, mi riesce sempre piuttosto bene). Il fatto è che il preside voleva una risposta secca e immediata: sì o no, prendere o lasciare; io, sommamente confusa, volevo invece tempo, ma non tanto eh, giusto qualche minuto per capire se la segreteria delle medie dove ero in servizio avesse già iniziato le chiamate fino a giugno.

(Precisazione. Quella mattina la responsabile di plesso, informata di una mia eventuale dipartita e allo stesso tempo della mia formazione nell’ambito dell’italiano a stranieri, aveva provato a convincermi a restare, assicurandomi che anche lì stavano per ricominciare la trafila delle chiamate e ventilando la possibilità di concedermi ore supplementari di alfabetizzazione. Mi aveva detto pure: Ti diamo la funzione strumentale! Non che a me interessi assumere mansioni di cui non capisco bene neppure il nome, ma mi è difficile rimanere indifferente alla prospettiva di insegnare italiano L2. Insomma, se volete farmi contenta, davvero contenta, datemi una ragazzina cinese caduta nella fase del silenzio con cui lavorare o uno studente albanese dall’aria smarrita. Una giovane egiziana velata, un ragazzo africano neoarrivato, un Giacomo d’India!)

Niente da fare, l’esimio mio interlocutore esigeva una risposta subito. Così, dopo aver tentennato e perduto la favella, lasciando indovinare il caos che avevo dentro di me (ma quando arriva questa stella danzante, signor Nietzsche?), ho detto sì, accetto con l’aria più incerta del mondo.

Ho chiuso la telefonata e sono corsa subito a riaprirla:

– Sono ancora io (la professoressa Svitata), volevo precisare che accetto, ma non al professionale. Ci sono stata lì e…

– Quindi ci siamo già conosciuti?

– Sì, qualche anno fa… Per una supplenza breve ma indimenticabile.

– Ah. Comunque, professoressa, le avevo già riservato un trono all’Itis.

Ha detto trono, il preside, con la voce di uno che ha capito come trattare le svitate e ha aggiunto di presentarsi l’indomani alle otto, puntuale.

Così, alle otto del giorno dopo, anziché essere nelle classi dei piccoli e adorabili individui spacciatori di Dietor cui avevo detto che sarei rimasta tutto l’anno, stavo firmando per il nuovo incarico, già esausta per aver litigato con il traffico pesante della media valle tutta industrie e rallentamenti.

Tra gli avvenimenti di quella mattina, ricordo il preside che mi mostra dalla finestra dell’aula insegnanti (della sede che non è la mia) una garzetta bianca sulla sponda del fiume. Detta così, mi rendo conto, sembra la prima pennellata di un quadretto idilliaco, ma poi…

Ho bevuto un caffè in un bar frequentato da avventori molto indigeni e molto maschi; mentre loro osservavano me, io osservavo un calendario su cui campeggiava la scritta: Lo spiedo siamo noi.

Sono andata alla ricerca del mio trono, con un alternarsi di garzetta bianca e spiedo dentro gli occhi. Sono entrata nelle nuove classi e ho ascoltato gli studenti presentarsi e raccontare i loro interessi, tra cui la (ampiamente citata) caccia.

Ho visto, sulla via del ritorno, scorrere dal finestrino destro dell’auto l’insegna cotechino is back, poi da quello sinistro trippa da asporto. E ancora: salame d’asino, gusto saporito.

E niente ho pensato, guardando fisso di fronte a me – la supplente vegetariana tra i patiti della selvaggina… La vedo dura, amica garzetta!

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