S. che piange, il bruco che crede


Non stava bene ieri, la mia allieva S. L’ho capito subito, anche se mi ha sorriso di un sorriso scintillante mentre ci scambiavamo un buonissimo anno.
S. in questi mesi ha voluto perfezionare la conoscenza del suo già ottimo italiano, in modo da poter trovare più facilmente (!) lavoro. Mediatrice culturale e insegnante di arabo, ecco quello che si augura. Trentatré anni, un marito, due figlie, una laurea in Economia che qui non è riconosciuta. Un milione di progetti, una forza straordinaria avvolta in modi garbati, pezzettini di cuore sparsi tra Africa e Francia. Questa è la mia allieva S., una di quelle persone che ti fanno esclamare: La meraviglia delle meraviglie! Insegnare italiano L2 è proprio il lavoro più favoloso che ci sia! Anche più di gestire un piccolo profumato salone da tè a Tofino, sull’isola di Vancouver… Oh cielo! La buona sorte!
Ieri, però, qualcosa non andava. S. era proprio giù. Come di consueto, le ho fatto ascoltare una canzone per lavorare su ascolto lessico e bla bla bla. Ma che canzone! In bianco e nero di Carmen Consoli, che racconta del rapporto con la madre che non c’è più, di foto sbiadite, di dispiaceri. L’ho capito alla prima strofa, che non era stata una buona idea. Alla seconda strofa, ho guardato il soffitto chiedendogli tacitamente: Concordi, o soffitto, che ho una sensibilità da bruco macaone? Il soffitto ha annuito e alla fine della canzone S. si è messa a piangere. Non che non ci sia più, sua mamma. C’è, ma vive in Marocco e in dieci anni avrà abbracciato S. tante volte quante sono le dita di una mano monca. Madre e figlia si riabbracciano solo quando ci sono abbastanza soldi per un biglietto aereo per quattro persone. E in una famiglia con un unico stipendio residente nel salato Nord Italia, questo avviene ogni tot e tot e tot anni.
Piangeva allora S., alla fine della canzone. E io, da bravo bruco, sono strisciata via, a cercarle un bicchiere d’acqua e a schiaffeggiarmi con una lunga fila di zampette. bruco che striscia S ha pianto diverse volte, ieri. Non era, però, solo per via della cantantessa e di sua madre che piangeva. È che le manca pure sua sorella, da tempo in Francia. E qui si sente sola. Anzi, qui è sola, anche se ci sta da tanti anni. E poi e poi, quanti poi… S. odia dipendere dal marito, non essere autonoma, fare solo la mamma e la casalinga. Lo odia. Fa volontariato, certo, ma lei vorrebbe fare la lavoratrice, oltre che la benefattrice.
Comunque, quello che ieri la turbava di più è che aveva un bel progetto, ma non è andato bene. Sono mesi che chiede al Comune del suo paese, su sollecitazione di alcuni conterranei, di avere una sala dove poter insegnare la lingua araba. Ha preparato il curriculum, ha preso appuntamento più e più volte, colloquiando con quest’assessore e quell’altro, con la tizia del Comune che appena ha visto il suo velo è sobbalzata. Le hanno detto sempre . Quindi no. Le hanno detto ma che bell’idea, ma certo, allora le mandiamo un’email, allora la chiamiamo, sa ora abbiamo un problema con il riscaldamento della sala ma vedrà, sa la sua religione qui… La sua religione?! A me nessuno ha mai questionato sulla fede per far partire un corso di lingua. Però anch’io ho incontrato persone che mi hanno detto bugiardi. Il no bisogna realizzarlo rigorosamente in solitudine, con tempo e crucci. Il motivo è chiaro. Un costa meno di un no. Tant’è che, prima di ottenere un incarico politico (o diventare caposervizio di quotidiani locali), spesso si deve partecipare a un corso intensivo dal titolo: Dire sì per dire no, ovvero come tirare scema la gente sorridendo. Alla fine del corso, un tirocinio e l’esame finale con l’acquisizione di crediti formativi. Viene pure rilasciato un attestato di profitto, se si riesce a far piangere qualcuno. Oppure a fargli giurare che non proporrà mai più niente, che tanto non ci crede. Infatti ieri la mia allieva S. se n’è andata dicendo: Non credo più a niente.

Ma io che sono bruco credo ancora.
Credo che chi dice per dire no debba contorcersi dalla vergogna e avere, come minimo, disturbi del sonno, causa immagine di S. che piange ripetendo all’infinito Adesso col cazzo che dormi, stronzo! (Ma lei, pur essendo fan della Littizzetto, non parlerebbe mai così.)
Credo che debba soffrire, come minimo, d’atroce insonnia anche chi rincitrullisce di fronte a un velo e si rifiuta di conoscere che cosa ci sia dietro, a quel velo.
Credo infine che in questo 2013 abbandonerò l’aspetto vermiforme e mi muterò in farfalla, per volare alla ricerca di un corso di arabo per S. E credo che lo troveremo. Sì sì, lo credo! bruco che crede

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