Il barilino: la mia madeleine


Ho visto un lungomare che è una sfilata di hotel squadrati. Di giorno calmi, di sera danzanti sulle note di Romagna mia. Ho visto una spiaggia che dall’alto è una distesa di ombrelloni e la sabbia chissà dov’è finita.

distesa di ombrelloni

Un mare tendente al torbido che cammini e cammini ma l’acqua non è mai fonda. Ho visto una moltitudine di persone vivere allo stesso identico ritmo, quello da pensione completa, quello da Riviera Adriatica. Più che ho visto, vedo da 31 anni e mezzo. Ma c’è sempre qualche piccola sorpresa ad attenderti. Tipo un kebab accanto alla piadineria, le cineserie da spiaggia vendute dai cinesi a fianco delle cineserie da spiaggia vendute dai romagnoli. Oppure la notte rosa. Non bianca e banale: la Riviera detta uno style iper agghindato, con fiocchi rosa sugli alberi, boa rosa nei negozi, cappelli rosa in testa a ogni nonnino. Poi le parrucche rosa, le magliette rosa, i cestini dello sporco incartati di rosa, i nastri rosa, i palloncini rosa… Un’indigestione di rosa da lasciare tramortiti per l’eternità. Senza dimenticare l’evento, il grande ospite, impeccabile nel rosa: Peppa Pig. Peppa Pig! Beh, non siamo mica a Rimini. Siamo distanti pochi minuti di treno, ma qui ci sono soprattutto anziani che ascoltano Ornella Vanoni (l’altro evento) e famiglie con bambini che vanno matti per Peppa Pig.

peppa_pig

Da anni, appena arrivo, mando un messaggio al mio amico Bobo per dirgli dove sono. E lui – non si sa se dal cuore di Milano o dai divanetti della Capannina di Forte dei Marmi – trova sempre il tempo di scandalizzarsi: Posto demerda.

Eppure. Eppure qui per me è una parentesi gioiosa, di solito al femminile, ché nessun uomo della famiglia ci vuole venire. Raggiungo per qualche giorno mia zia o mia mamma o tutte e due. Alla mattina beviamo insieme un caffè macchiato (o latte macchiato o macchiatone: c’è una perversione per il macchiato in famiglia) sulla solita terrazza vista mare (vista distesa di ombrelloni), a fianco di grassi tedeschi rumorosi. Sotto, anziani abbronzatissimi si sfidano a bocce, mamme urlano richiami inascoltati e l’aria risuona di Attenzione prego, si è perso un bambino all’altezza del bagno numero 44, risponde al nome di Denis (o Michis o Eros o Jimmy). Mentre beviamo bevande macchiate e intorno tutto è chiasso, io mi sento in pace. E continuo ad esserlo viaggiando in senso antiorario alla pensione completa. Pedalo nei viali quando sono quieti e raggiungo le papere in posa in un parco di gelsi, mi fermo in una terrazza tra fiume e mare o in un fazzoletto di spiaggia libera in un altro paese, dove c’è un mare quasi chiaro.

papere in posa

La Riviera, alla fine, è ciò che si decide che sia: anche la biblioteca al pomeriggio, borghi nell’entroterra la sera, incontri con gli amici d’infanzia con infanti.

Soprattutto, per me la Riviera è riabbracciare ricordi. Le pareti storte e tappezzate di una casa che è un tuffo di testa negli anni Settanta. La nonna che in quella casa la mattina mangiava pane – il barilino – con la marmellata e beveva caffelatte in gavette anteguerra. La nonna con un abito arcobaleno in sella alla sua graziella verde, verso il porto canale o la torre saracena. Io e mio fratello, bambini anni Ottanta. Un secchiello, due palette, tanti amichetti da ritrovare un po’ più cresciuti l’anno dopo. Le prime libertà quando ci facciamo ragazzini. Il risciò, gli autoscontro, la spiaggia la sera. Le prime sigarette. Il primo struggimento d’amore! Poi eccomi adolescente molto truccata a dondolare su tacchi alti verso una discoteca, quando ancora qui c’erano le discoteche. I bomboloni la notte, gli amici sempre.

È così la mia Riviera. Ricordi, odore di platani, cassone erbette e mozzarella. Il bagnino che quando finalmente mi sento un po’ abbronzata, mi dice ridendo Hai proprio bisogno di sole! e mi guarda come si guarda un pezzo bianchissimo di quartirolo lombardo. Il signore che assomiglia a Vasco che sale sul treno alla stazione di Rimini. Io che mi incanto sulla catena che oscilla sul suo petto. Ha peli bianchi e la camicia aperta fino alla pancia scura e sporgente. Ragazzi con shorts a fiori e aria assonnata, donna che urla al telefono con il mio stesso accento. Tutti sudiamo in quel vagone con finestrini bloccati e aria condizionata che non funziona. Fuori scorre la Romagna e poi l’Emilia e poi pezzi di pianura sempre più familiari.

Ho voglia di un barilino.

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