Archivi annuali: 2015


Tutto è possibile 5

I mesi passano e io sono ancora nella stessa scuola. Sempre senza le idee chiare sul mio destino e sempre senza stipendio. Sì perché Renzi, non essendo riuscito ad eliminare la famosa supplentite, ha deciso di eliminare gli stipendi dei supplenti. Logico, no? In compenso ha dato un bonus di 500 euro ai docenti di ruolo, regolarmente retribuiti. Eh be’.

supplentite

Io comunque vado avanti nel mio incarico, grazie al certificato medico che arriva, preciso preciso ogni dieci giorni, dalla Sicilia alla Lombardia. Ciò che si certifica è: malattia dell’insegnante titolare, malattia di un gemello, malattia dell’altro gemello, pezzi di congedo parentale. Poi malattia dell’insegnante titolare, malattia di un gemello, malattia dell’altro gemello, pezzi di congedo parentale. E ancora, malattia… Dovunque sciagure, insomma: laggiù le epidemie familiari, qui la ormai completa assenza di tempo libero, consacrato tutto alla firma dei contratti. L’unica pausa prevista a questo (visto e stravisto) balletto sarà durante le vacanze: nessun certificato in arrivo dalla titolare, nessun contratto per me. (A questo punto la grande domanda è: sarà lei, pagata e con i congiunti finalmente in salute fino al 6 gennaio, a correggere durante le vacanze i 97 temi degli studenti o io che dovrei riprendere servizio il 7?) (altro…)


Per chi suona la campanella 6

Con due settimane di ritardo, è suonata anche per me la campanella d’inizio scuola, aprendo una parentesi che, come sempre in questo periodo dell’anno, non è dato sapere quando si chiuderà. Fino ad avente diritto, si legge infatti sul mio contratto.

Sostituisco una docente che, in congedo di maternità, è rimasta in Sicilia con i suoi due gemellini e ha chiarito che non intende rientrare. Io le sono stata molto grata, in quell’arco di tempo che è andato dalla firma del contratto alla conoscenza delle classi. Davvero eh, dopo una lunga lunghissima estate, io sono stata grata ai parti plurimi e alla Sicilia, a Renzi che non ha abbattuto la supplentite, all’autunno che sa di primavera, con il suo rifiorire di opportunità… Credetemi, dalla segreteria alle aule, passando per la presidenza, io sono stata invasa da gioia e gratitudine ed ero tutta pace e bene. D’altronde, ho conquistato nuovamente le superiori, che era quello che volevo! È perfino in città, la scuola! Avrò di nuovo uno stipendio! Che a me il rumore del mare piace, ma anche lavorare, di tanto in tanto, non è mica male! (altro…)


Solitudini e Soccorso 7

L’altra notte mi sono trovata, in qualità di accompagnatrice, al Pronto Soccorso di una città che non è la mia. Abituata a un certo caos ospedaliero e consapevole d’essere, di sabato notte, nella patria dello sballo estivo, mi ha stupita la calma che regnava nelle sale d’ingresso. Il fatto che fossero presenti una cosa come dieci carabinieri e qualche vigilantes faceva, però, pensare che era tutta apparenza, quella calma. Ad ogni modo, la gente era cortese e questo basta per scioccare un lombardo.

Come sempre, oltre alle emergenze che non si vedono, in Pronto Soccorso arriva gente per i motivi più vari, dalle fitte allarmanti al fischio nelle orecchie, dal piede infortunato alla febbre alta dei bambini. Qualcuno fa il suo ingresso con camicia bianca o tacchi svettanti sotto gambe abbronzate, alla fine di una serata brava. Qualcun altro arruffato e addormentato. Un milanese che sembra uscito da un film di Fellini esclama non voglio morire a Rimini! a un dottore per nulla impressionato, che lo invita a ritornare con calma l’indomani. Le mamme vengono messe su una barella con il pargolo sofferente parcheggiato sul petto a mo’ di koala e poi guidate verso un altro reparto, lasciandosi alle spalle una scia di tenerezza. Una giovane straniera parla a lungo in inglese con una dottoressa e qualche carabiniere, sembra una storia complicata… Le due sole domande udite – Ma chi ha trovato la ragazza? e Come mai sei qui? – bastano perché la mia fantasia galoppi verso scenari noir e perché Daniele, il mio compare di attesa, non abbia più pace.

Una cosa mi colpisce più delle altre. Trattasi di signora piccola, robusta, piuttosto agée ma con chioma scurissima che arriva da sola e si avvicina timidamente al medico-receptionist. Mi metto in ascolto. (A questo punto avrete capito che quella notte io avevo le orecchie particolarmente impiccione, sarà il tempo da far passare o la preoccupazione da calmare.) (altro…)


Nella valigia delle supplenze finite

Nel cuore dell’estate, a più di metà strada tra il punto a capo di giugno e il punto di domanda di settembre, mi chiedo che cosa mi è restato, che cosa custodirò. Anche a piegarlo bene, non è che ci può stare un intero anno a scuola dentro la valigia delle supplenze finite. Io poi odio fare la valigia, rimando rimando, ma proprio fino all’ultimo, fino a quando Gianpazienza s’infuria e perfino io non ne posso più di come sono malfatta.

io odio fare la valigia

Non che questa volta fossi intenzionata a farla, la valigia, ma dopo aver spostato il pensiero su altro, chessò sullo studio per l’esame di glottodidattica, sull’allergia stagionale che colpisce le zampe del mio cane, su quanti minuti di Liguria ci vogliono per far cadere Gianpazienza in un’inquietante focaccia-dipendenza… E dopo aver accarezzato certe mie tristezze e aver goduto della forza di Acciaio e della grazia di Stoner, dopo Balzano e Moyes e Murakami, dopo l’INPS ritrovato e gli Einstürzende Neubauten nella notte milanese, dopo le mille piccolezze un po’ noiose un po’ preziose di cui è fatto un giorno, un mese, ormai due… Ecco, dopo due mesi di spostamenti di pensiero e piccolezze, devo arrendermi. Agli episodi, alle facce e alle voci che arrivano quando meno me l’aspetto. Ai frammenti di una supplenza finita.

Allora proviamo a farla, la famosa valigia. (altro…)


Un discreto baccano 1

In questi mesi di silenzio, a scuola c’è stato un discreto baccano. E sono capitate molte cose.

C’è stata una giornata di assemblea studentesca per decidere di un’eventuale autogestione, che poi non si è fatta. L’incontro si è svolto in aula magna, con l’eccezionale presenza della preside (che di solito sta nell’altro plesso).
Naturalmente, il clima è stato pacato. Prima frase sentita appena entrata: Io la mangio, quella nana. Seconda: Succhiamelo. (Quello che invece ha sibilato a noi insegnanti la preside prima di andarsene non lo riporterò.)
Ho comunque avuto modo di scambiare qualche chiacchiera stimolante con alcuni studenti: Profe, sono andato a vedere “Cinquanta sfumature di grigio”… Certo che mi è piaciuto! Cioè, non è che scopano solo, c’è anche una storia dietro.

...C'è anche una storia dietro!

…C’è anche una storia dietro!

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E tutto va bene

A scuola tutto va bene.

Certo, quando facciamo lezione, c’è sempre un cellulare che squilla (e qualcuno che risponde), una musica indiana che parte o un orgasmo femminile che risuona d’improvviso dalle mani di qualche giovane videodipendente.

Certo, quando mi volto verso la lavagna, c’è sempre il disegno di un grande pisello villoso che mi guarda stupito.

Comunque tutto va bene.

Mentre accompagno i ragazzi nella grande scoperta della lingua italiana e loro mi fanno l’occhiolino (profe, il mio cuore è suo), mi rendo conto che anch’io sto ampliando le mie conoscenze linguistiche… Jimmy significa stupido in ghanese, gandu vuol dire frocio in punjabi, mentre in qualche paese dell’Africa nera pare che patata (non credo intesa come tubero commestibile) si dica cioè e palle shoah. Molto bene.occhiolinojpg (altro…)


Com’è andata? 1

La settimana scorsa una collega mi ha ringraziata: due suoi studenti, che avevo aiutato a leggere, parafrasare e riassumere il primo canto dell’Inferno, hanno preso sette nell’interrogazione. Trattasi di un ghanese e di un singalese con un italiano malfermo, ma ben disposti verso Dante. Sono ragazzi fantastici.

L’unica cosa bella a scuola è mangiare il pollo del Penny Market, io dico solo che è meglio se ognuno fa cazzi suoi, ma cos’è questa vecio, la legge di Senegàl? Come fai a essere così provocante profe, tu sei illegale, una vita senza cellulare sarà una vita di merda lo giuro, hai fumato figlio di puttana? Ma vecio ti buco, vecio t’ammazzo, cos’è che vuoi fare coglione, te sei buono solo a fare kebab, tu invece, cous-cous, impara a camminare, io sono stanco ho scopato troppo figa, grazie profe è stata la lezione più bella della mia vita.

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Una grande fortuna

La mia scuola, dicevamo, è popolata da giovani con il coltello in tasca e la bocca piena di prepotenza, da diciottenni soli con la pancia vuota, da teste ingolfate da una fede ottusa.

La mia scuola è questo ma non solo, e io la mattina sono contenta di varcare la sua soglia (di bussare alla sua soglia: le porte sono chiuse se non dalle 7.55 alle 8.05, prima e dopo i bidelli aprono a propria discrezione).

Sono contenta perché sapere di trascorrere nello stesso luogo un anno scolastico senza interruzioni né incertezze mi dà una sensazione di tranquillità a cui non sono abituata.

Sono contenta perché avere per nove mesi uno stipendio da insegnante mi regala un senso di clamorosa agiatezza, un’agiatezza che ha sconvolto me e pure l’impiegata in banca (Ho visto che adesso hai un’entrata fissa… Bene, brava!)

Sono contenta perché la scuola è così vicina a casa che prendere l’auto non ha senso. (Più della mia contentezza per la sospensione delle trasferte, si segnala il respiro di sollievo di (non necessariamente in quest’ordine): Gianpazienza, mio papà, gli automobilisti tutti.)

Oltre alla stabilità, l’agio e l’eco-trasporto, che basterebbero da soli a farmi arrossire di giubilo, io a scuola vado per fare il lavoro che ho scelto e che mi piace: questo sì che è un vero privilegio!

Ma c’è di più. (altro…)


Tra un coltello e un trapano, il Promemoria

Qualche giorno fa, appena uscita da scuola, m’imbatto in una rissa tra studenti nella via parallela all’istituto. Mi avvicino e capisco che è appena finita, individuo uno degli studenti coinvolti, nerboruto e parecchio agitato, e vengo a sapere il nome degli altri due, già scappati. So benissimo chi sono, uno è lo stesso con cui tempo fa ho avuto uno scontro veramente (veramente) acceso, terminato con la sua sospensione. L’altro coinvolto è il suo inseparabile compare (in via di sospensione).

Tre le cose che più mi hanno colpito dell’episodio: tutti quelli che si sono avvicinati al ragazzo nerboruto per calmarlo o incitarlo avevano il suo stesso colore di pelle; mezza scuola ha assistito allo spettacolo, il cellulare in mano per filmarlo; la postina, altra (suo malgrado) spettatrice, mi guardava come fossi una marziana, mentre diceva: Ah quindi lei è una professoressa della scuola… I carabinieri sono stati avvertiti, ma ormai… Quelli arrivano sempre quando è finito tutto… Comunque io non la invidio, io proprio non la invidio, no no, io davvero non vorrei essere nei suoi panni. Auguri, eh!

Il giorno dopo, questiono il nerboruto, in quel momento intento a creare dei biglietti d’ingresso per una festa che si terrà prossimamente in periferia (Black Soul, dice il biglietto). Calmo, mi risponde con un discorso che si potrebbe riassumere in: io non rompo i coglioni a nessuno, ma se qualcuno li rompe a me, io lo meno. Voilà.  Tra l’altro, farsi menare da lui, tutto nerbo e arti marziali e processi alle spalle, non è mica una robetta da nulla. Io e papa Francesco, per dire, ci penseremmo bene prima di dirgli una parolaccia contro la mamma.

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Ho fame, mi ha detto

Profe, io oggi non posso lavorare: ho fame – mi ha detto, ieri dopo mezzogiorno, un M. insolitamente agitato.

Perché, non hai mangiato stamattina? – ho replicato distratta, ancora sotto shock per avere assistito all’intervento sulla legalità tenuto da due agenti della polizia locale nella classe delirio della formazione professionale. No, ma… Mai visti ragazzi così silenziosi, così pronti nello svolgimento di una consegna, così lucidi… E stiamo parlando di tipetti che Raccontatemi un buon proposito per quest’anno – dico io – Scoparti – scrivono loro. Tipetti con fessure d’occhi e aromi tanto stupefacenti che sempre temo di essere di fronte al precipizio di un collasso. Già, stiamo parlando di creature che No’ so’ persone so’ bestie! non si stanca di ripetere il mio collega, con mio grande sgomento (come può offendere così il mio cane?)

Illustrazione di Marta Altés

Illustrazione di Marta Altés

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Je suis Charlie 1

Stamattina, a scuola, un collega mi ha detto che quando gli capita di vedere, nelle strade della nostra multietnica città, un uomo musulmano con la barba lunga, lui un po’ di paura ce l’ha. Mi ha detto anche che la sua amica americana giura che nel suo Paese non sarebbe possibile bloccare una via intera per chiedere la costruzione di una moschea, come ha fatto la comunità islamica a Milano, ché nel suo Paese la gente scende per strada e spara a chi protesta bloccando una via. E me l’ha detto come se fosse una buona notizia. (altro…)